L'equazione tra sicurezza nazionale e tenuta del welfare rappresenta oggi la sfida più delicata per i conti pubblici italiani, un nodo che il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha tentato di sciogliere durante l'ultimo question time al Senato delineando un sentiero stretto ma, a suo dire, percorribile. Il cuore della strategia del MEF si poggia sull’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, un meccanismo che permetterebbe di isolare l’incremento delle spese militari all'interno di un percorso di crescita della spesa netta più ampio, evitando così che il rafforzamento della difesa si traduca in un taglio lineare ai comparti della sanità e dell'istruzione.
Questa architettura finanziaria non è però priva di incognite e dipende in larga misura dalla fotografia che l’Istat scatterà a marzo 2026 sul deficit del 2025: il superamento della soglia del 3% nel rapporto deficit/PIL rimane lo spartiacque fondamentale, poiché solo un dato inferiore a tale limite consentirebbe all’Italia di uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo e di attivare una flessibilità in deroga capace di sbloccare risorse per circa lo 0,5% del PIL entro il triennio.
In questo scenario, l’esecutivo punta a onorare gli impegni assunti al Summit NATO dell’Aja senza la necessità di pubblicare un nuovo Piano strutturale di medio termine, sebbene resti imprescindibile il passaggio parlamentare per l’approvazione dello scostamento dagli obiettivi programmatici. Parallelamente, la manovra si intreccia con lo strumento europeo SAFE (Security Action for Europe), per il quale l'Italia ha già opzionato un piano da 14,9 miliardi di euro, creando un nesso funzionale ma giuridicamente indipendente tra le flessibilità nazionali e quelle comunitarie.
Tuttavia, la narrazione di una spesa militare "indolore" per il sociale non convince le opposizioni; il Movimento 5 Stelle, per bocca di Stefano Patuanelli, ha già sollevato dubbi sulla reale sostenibilità di un impegno finanziario stimato in oltre 23 miliardi nel triennio, paventando il rischio che l'aumento del debito finisca per erodere indirettamente la qualità dei servizi pubblici, come peraltro ipotizzato in alcune proiezioni dell’Ufficio parlamentare di bilancio. La scommessa di Giorgetti resta dunque legata a una doppia variabile: la precisione dei parametri macroeconomici di primavera e la capacità di convincere i mercati e Bruxelles che la maggiore spesa per la sicurezza sia un investimento strategico e non un semplice aggravio del passivo statale.