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Cibo, ansia e festività: come convivere con i “fear-food” durante il Natale

Redazione
 
Cibo, ansia e festività: come convivere con i “fear-food” durante il Natale

Ci sono periodi dell’anno che, più di altri, mettono il cibo al centro della scena. Il Natale è uno di questi: tavole cariche, rituali familiari che si ripetono, dolci che arrivano prima ancora del caffè, inviti che si susseguono. Per molti è un tempo di condivisione e leggerezza.

 

Cibo, ansia e festività: come convivere con i “fear-food” durante il Natale

 

Per chi convive con un disturbo del comportamento alimentare, invece, queste settimane possono trasformarsi in un terreno minato, dove ogni pasto diventa esposizione, ogni piatto un potenziale campo di battaglia emotiva. Un periodo, quello delle feste, che fondamentalmente reca in sé la capacità di far riaffiorare paure profonde. Tra queste, quelle legate ai cosiddetti fear-food: alimenti o intere categorie di cibi che generano ansia intensa e vengono evitati in modo rigido.

 

Non perché siano pericolosi in sé, ma perché nel vissuto di chi soffre diventano simboli di qualcosa di più grande. «I fear-food non sono nemici reali, ma simboli - spiega Giuseppe Magistrale, psicoterapeuta e co-founder di Lilac-Centro Dca ad Adnkronos rappresentano ciò che il disturbo teme di più: la perdita di controllo, il giudizio, il cambiamento del corpo». 

 

 È da questa consapevolezza che nasce la guida dedicata ai fear-food realizzata da Lilac-Centro Dca insieme alla biologa nutrizionista Luna Pagnin. Non un manuale prescrittivo, né una scorciatoia miracolosa, ma un percorso di accompagnamento in sette step, più un esercizio finale, pensato per offrire strumenti e spunti a chi attraversa queste difficoltà, soprattutto in momenti delicati come le festività. L’idea di fondo è chiara e viene ribadita più volte: non si tratta di forzarsi, né di ignorare la paura facendo finta che non esista.

 

«I fear-food non si superano ignorandoli o forzandosi, ma imparando a restare accanto alle emozioni che suscitano - sottolinea Pagnin -. Non esistono soluzioni immediate: ciò che proponiamo sono piccoli passi per ritrovare sicurezza nel piatto e nel proprio corpo, senza giudizio». La guida, infatti, non si presenta come un trattamento clinico, ma come uno spazio di sostegno, che riconosce la natura personale, irregolare e non lineare di ogni percorso di guarigione.

 

 Il primo passo è quello della consapevolezza. Viene suggerito di scrivere una lista dei propri fear-food, ordinandoli dal meno al più difficile. Pane bianco, pasta al pesto, pizza, croissant, gelato: nomi che per qualcuno sono neutri, per altri carichi di significati emotivi. La lista diventa una sorta di “to do list di libertà”, da aggiornare man mano, annotando le sensazioni, le paure, le emozioni che emergono ogni volta che si prova ad affrontare uno di questi cibi. Il secondo step introduce il concetto di safe-food, i cibi che fanno sentire più al sicuro e che possono accompagnare quelli temuti.

 

L’abbinamento non è un trucco, ma un modo per abbassare l’allerta di corpo e mente: pizza con le verdure preferite, biscotti con lo yogurt, pasta al pesto insieme a una fonte proteica come formaggio, pesce o carne. «L’obiettivo - precisa Magistrale - è cercare di normalizzare il cibo, non controllarlo. Bisogna ricordarsi che nessun alimento è proibito, è l’etichetta che gli diamo noi a renderlo tale».

 

Grande attenzione viene data anche al contesto. Mangiare un fear-food in un ambiente percepito come sicuro può fare la differenza. Casa, un bar tranquillo, la presenza di una persona di fiducia: luoghi e relazioni diventano parte integrante dell’esperienza. «Mangiare lentamente, ascoltando il gusto, il profumo, la consistenza - spiega Magistrale - ma soprattutto restare presenti» è l’invito del terzo step, che sposta il focus dall’ansia al momento vissuto. Il quarto passaggio lavora sulle routine e sulle parole che si rivolgono a sé stessi. Prima di mangiare, ripetere frasi di forza come “sono pronta a fare spazio alla libertà” o “ogni boccone difficile diventerà semplice se me ne do l’occasione” può aiutare a cambiare il dialogo interno. Durante il pasto, l’attenzione viene riportata al respiro, più che ai pensieri. Dopo, è prevista una fase di “decompressione gentile”: una passeggiata lenta, una telefonata a una persona amica, una canzone amata.

 

C’è poi uno spazio dedicato alla razionalizzazione, attraverso affermazioni scritte, post-it o promemoria che ricordino che il cibo non è un pericolo, ma «un compagno di vita, un bisogno primario, una soddisfazione insieme ad altre della vita». Non slogan vuoti, ma ancore da utilizzare nei momenti di maggiore fragilità. Il sesto step affronta direttamente la paura, invitando a farlo con gentilezza. Respirare profondamente per un minuto, sentire i punti di appoggio del corpo, ricordare che l’ansia ha un picco e poi scende, che non dura per sempre. E soprattutto accettare che chiedere aiuto non è un fallimento. 

 

«Se affrontare questa sfida da soli è troppo non significa aver fallito - sottolinea Magistrale - ma significa che si sta riconoscendo un proprio bisogno. Rispettare i propri limiti è un atto di cura. Chiedere supporto a un professionista può essere un modo potente per capirsi meglio e non sentirsi più soli». Il percorso si chiude con un invito a celebrare ogni conquista, anche la più piccola. Tenere traccia di come ci si sente prima, durante e dopo aver affrontato un fear-food, osservare se e come la paura cambia nel tempo.

 

L’esercizio finale propone la creazione di un vero e proprio “diario della libertà”, con data, cibo affrontato ed emozione o frase di forza associata. Un gesto semplice, ma carico di significato: mettere nero su bianco i passi fatti, in un cammino che non promette miracoli, ma restituisce qualcosa di essenziale, soprattutto nei giorni delle feste. La possibilità di sedersi a tavola senza sentirsi in guerra con sé stessi.

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