Le immagini di quanto sta accadendo a Niscemi rimandano al dramma di una cittadina e di una comunità che stanno pagando colpe che non sono loro, ma che si sono sedimentate nell'arco di decenni o forse anche di secoli.
Il dramma di Niscemi è anche un atto d'accusa contro lo Stato
Perché è difficile pensare che, vedendo che si stava costruendo su una collina, come quella di Niscemi, che addirittura nel 1790 era stata oggetto di una frana, nessuno abbia pensato a dire basta.
Oggi, al Corriere della Sera, la geologa Giovanna Pappalardo, con poche frasi, ha fotografato l'accaduto: ''È un fenomeno molto complesso, per tipologia e perché è molto esteso. Quell’area è su uno strato di sabbie molto permeabili, come una spugna per intenderci, che a sua volta poggia su uno strato di argilla che invece non permette più all’acqua di passare. Ed è proprio per queste due litologie che hanno caratteristiche così particolari che si vengono a creare debolezze e dissesti lungo i versanti''.
Ora, se è comprensibile che quasi due secoli e mezzo fa non c'erano gli strumenti per capire la situazione e, quindi, ipotizzarne l'evoluzione, non è accettabile che questo sia accaduto in tempi recenti.
La composizione dell'area è conosciuta da tempo e quel poco che si è fatto, sempre che sia stato fatto qualcosa, non è servito a nulla. La frana, per fortuna degli abitanti di Niscemi, non è arrivata all'improvviso, dando dapprima segnali, che si sono tramutati ben presto nel fenomeno che oggi è sotto gli occhi di tutto.
Mettendo da parte l'emozione e l'empatia con chi ha dovuto abbandonare la propria casa - non solo quattro mura, ma ricordi, affetti, speranze, sacrifici - , oggi dobbiamo forse rallegrarci che nessuno ci abbia rimesso la vita. Come pure poteva accadere, se la frana avesse avuto tempi ed evoluzione diversi.
Ma questo non può cancellare la rabbia che ciascuno di noi deve nutrire verso chi doveva intervenire e non lo ha fatto, nell'ennesimo capitolo della colpevole sottovalutazione del degrado del territorio del Paese che, peraltro, è quello in Europa maggiormente interessato delle frane che colpiscono indipendentemente da Nord a Sud e nelle Isole.
A conferma che qui nulla c'entra il fato, ma solo l'inanità degli amministratori (ad ogni livello) , se non vogliamo parlare di inadeguatezza per passare ad una precisa responsabilità, quella ''culpa in vigilando'' di cui già parlavano i romani per mettere all'indice chi guarda e, colpevolmente, non vede.
Delle ferite al territorio non si può solo prendere atto dopo che il dramma esplode. Eppure noi continuiamo a cullare il sogno di opere faraoniche, mentre un evento emergenziale (come il ciclone Harry), sebbene di inaudita intensità, ha colpito coste, città e paesi non sufficientemente protetti e, anche se la macchina della prevenzione ha funzionato, oggi si contano danni ingentissimi.
Il censimento delle zone a rischio c'è ed è particolareggiato, quindi si sa dove la Natura potrebbe colpire.
Possibile che non si possa fare niente di diverso che piangere e fare passerelle?