C'è una dimensione profonda, quasi sacrale, nel gesto di custodire fotografie. Non si tratta solo di conservare immagini, ma di proteggere sguardi, posture, momenti che altrimenti scivolerebbero nell'oblio.
Ed è proprio da questo atto di cura che nasce l'opera monumentale che Theaster Gates ha concepito per l'Obama Presidential Center, destinato ad aprire questa primavera nel South Side di Chicago: un fregio in due parti che è insieme archivio vivente e dichiarazione d'amore, omaggio alla vita afroamericana e, soprattutto, alle donne nere.
Theaster Gates e l'anima nera dell'Obama Presidential Center
Le immagini, stampate su lega di alluminio, provengono da due fonti preziose: gli archivi fotografici delle leggendarie riviste Ebony e Jet, pubblicate dalla Johnson Publishing Company, e il corpus di Howard Simmons, fotografo commerciale e fotoreporter visionario, attivo per quella stessa casa editrice e per il Chicago Sun-Times.
Gates, nato a Chicago e da quasi un decennio custode di quell'immenso patrimonio visivo della Johnson Publishing Company – venduto nel 2016 dalla ormai defunta casa editrice – ha selezionato circa venti immagini che raccontano un'epoca irripetibile. Il fregio troverà posto nell'atrio del Forum Building, lo spazio dedicato agli eventi pubblici intitolato a Hadiya Pendleton, la giovane majorette che nel 2013 danzò alla seconda parata inaugurale di Barack Obama per poi morire, pochi giorni dopo, vittima della violenza armata.
Un luogo simbolico, dunque, dove la gioia e il dolore si intrecciano nella storia collettiva americana. E sarà visibile anche dalla strada, da Stony Island Avenue, arteria culturale del South Side dove sorge la Stony Island Arts Bank, galleria e archivio della fondazione Rebuild di Gates.
"Quando mi viene data l'opportunità di riflettere su ciò che ho da offrire", ha spiegato l'artista alla CNN, "penso che l'archivio, l'ambizione fotogiornalistica e artistica dei creativi neri degli anni '60 e '70, rappresenti un periodo senza pari. La gente scattava foto non per fare soldi, ma per mantenere viva la cultura e raccontarne la storia".
Ebony e Jet nacquero dopo la Seconda Guerra Mondiale come fonti vitali di informazione, cultura visiva, bellezza e stile per gli afroamericani. Come ha sottolineato Gates, "hanno amplificato la dignità e la vita della gente di colore", costruendo una contro-narrazione potente in un'epoca in cui i media mainstream ignoravano o distorcevano l'esistenza nera. Oggi, riportare quelle immagini dentro un'opera d'arte contemporanea significa riconoscerne il valore fondativo.
"Queste immagini non sono solo reperti storici", ha precisato l'artista, "sono le immagini fondanti della vita dei neri". Virginia Shore, curatrice delle commissioni artistiche del centro, ha colto perfettamente il senso dell'operazione: l'uso delle fotografie da parte di Gates "sottolinea il potere e le possibilità della modernità nera, in particolare a Chicago". Ed è significativo che l'ex presidente sia stato ampiamente coinvolto nella selezione degli artisti incaricati e nelle discussioni sulle opere. Accanto a Gates, nomi di primissimo piano come Nick Cave, Jenny Holzer, Kiki Smith e la pittrice Julie Mehretu, che realizzerà una vetrata astratta alta venticinque metri composta da trentacinque pannelli dipinti: la sua prima incursione nel medium vetroso.
"Durante l'amministrazione Obama, abbiamo visto quanto l'arte e gli artisti fossero importanti per gli Obama e la loro missione", ha ricordato alla CNN Louise Bernard, direttrice del museo del centro. "Sappiamo che l'arte è un ottimo strumento di connessione. Riunisce le persone, le spinge a riflettere sulle idee in modi nuovi e creativi. E per questo stiamo costruendo un centro presidenziale diverso da qualsiasi altro: l'intero sito è animato dall'arte".
Un manifesto programmatico che si traduce in opere potenti: nell'atrio, Cave e Marie Watt collaboreranno a un'installazione multimediale intrecciando tessuti, suoni e le rispettive tradizioni nere e indigene; nella skyroom, Holzer renderà omaggio ai Freedom Riders usando documenti dell'FBI; nel cortile dedicato a Harriet Tubman, Nekisha Durrett dipingerà a mano piastrelle ceramiche reinterpretando lo scialle dell'abolizionista; nella sala di lettura, Aliza Nisenbaum creerà un murale sulla biblioteca pubblica come luogo di narrazione condivisa. Una costellazione di progetti artistici, che celebra un gruppo eterogeneo di artisti americani in un momento difficile per le arti – specialmente per gli artisti di colore e le istituzioni che li sostengono – durante la seconda amministrazione Trump. Anche se dal museo si può apprendere una lezione importante, ovverosia che, come sottolinea Bernard, "la democrazia è sempre un lavoro in corso. C'è sempre un tira e molla; il progresso non è mai lineare".
Un rivolto ai visitatori per considerarsi "promotori del cambiamento". Per Gates, artista poliedrico che spazia tra discipline diverse, questo incarico rappresenta l'occasione per ampliare ulteriormente il suo ruolo di custode di collezioni culturali. Oltre agli archivi della Johnson Publishing Company, conserva sessantamila diapositive sulla storia dell'arte e dell'architettura dell'Università di Chicago, la collezione di vinili del compianto pioniere della house music Frankie Knuckles, e quattromila oggetti di "negrobilia" – manufatti denigratori per le persone di colore – raccolti dal curatore Edward J. Williams e da sua moglie Ana per sottrarli alla circolazione pubblica.
"Cerco di immaginare che esistano altri modi di essere artistici che non abbiano a che fare con la creazione di un bene di consumo per il mercato", ha confidato Gates. "E penso che essere attivi negli archivi sia essenzialmente un modo di essere uno storico informale. Dio solo sa quanto dobbiamo mantenere vive certe verità sulla storia, affinché queste storie non soccombano alle falsità che vengono generate oggi". Ed è proprio in questa frase che si coglie il senso ultimo del suo lavoro. Perché in un'epoca di revisionismi, negazionismi e guerre culturali, custodire immagini significa proteggere la verità. Significa ricordare – contro ogni tentativo di cancellazione – che la storia, americana e non, è stata scritta anche, e soprattutto, da mani nere.