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La Giornata della Memoria: il ricordo che non si arrende

Barbara Leone
 
La Giornata della Memoria: il ricordo che non si arrende

''Cara, sono vivo. Sono arrivati i russi''.
Il 27 gennaio 1945, Primo Levi scriveva queste parole, all'amica Bianca Guidetti Serra, da Auschwitz appena liberato. Sul braccio sinistro, il numero di matricola tatuato, ''documento di infamia non per noi, ma per coloro che ora cominciano ad espiare''.

La Giornata della Memoria: il ricordo che non si arrende

Partigiano del Partito d'Azione, Levi era finito come tanti nella macchina dello sterminio che avrebbe divorato sei milioni di ebrei. Per chi sopravvisse cominciò ''la lunga marcia per tornare nel mondo dei vivi'', un cammino che obbligava a ridiscendere continuamente nell'inferno della memoria per trasformarlo in testimonianza.
Fra gli ultimi sopravvissuti, la senatrice Liliana Segre, che oggi con il numero 75190 tatuato sulla pelle celebrerà il Giorno della Memoria accanto al Presidente Mattarella, alla premier Meloni e alle alte cariche dello Stato.

Ma soprattutto accanto a quaranta studenti tornati dai luoghi dello sterminio: Auschwitz, Birkenau, il ghetto di Cracovia, il Binario 21 di Milano. Un passaggio di testimone necessario, urgente, mentre le voci dirette di quella tragedia si spengono una dopo l'altra. ''Il ricordo della Shoah è sempre'', ripete da anni la senatrice a vita.

Non una frase retorica, ma un monito che l'oggi rende drammaticamente concreto. Perché l'oggi parla una lingua inquietante. L'istituto Eumetra ha pubblicato dati che gelano: il 17% degli italiani dichiara antipatia verso gli ebrei. Quasi un quarto pensa che gli ebrei esagerino nel ricordare lo sterminio. La metà condivide l'idea che ''gli ebrei hanno fatto ai palestinesi quello che i nazisti hanno fatto a loro''.

E c'è un 14% che arriverebbe a espellerli dall'Italia. Non astrazioni statistiche, ma il sintomo di un contagio che si diffonde soprattutto tra i giovani, quelli che non hanno memoria diretta, che confondono la critica politica con l'odio etnico e che pensano di combattere un'ingiustizia scimmiottandone un'altra infinitamente più grande. Al Senato, intanto, si discute di come arginare questa deriva. Otto disegni di legge sull'antisemitismo, quasi tutti i partiti coinvolti. Oggi la commissione Affari costituzionali ha scelto il testo base, quello del leghista Romeo. E si profila un'alleanza inedita: Graziano Delrio, ex ministro dem, e Maurizio Gasparri, di Forza Italia, provano a costruire un accordo bipartisan.

''Facciamo presto, bene e insieme'', ha detto Delrio durante un convegno promosso da Gasparri alla vigilia di questa giornata. Il suo stesso partito l'ha scaricato, sconfessando il suo disegno di legge. Ma lui va avanti, consapevole che su certi temi il perimetro delle appartenenze politiche dovrebbe allargarsi. Il nodo più spinoso riguarda la definizione di antisemitismo dell'Ihra, l'Alleanza internazionale per la memoria dell'Olocausto. Parte del centrosinistra la contesta, temendo che possa soffocare la critica legittima alle politiche israeliane.

Noemi Di Segni, presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane, ha le idee chiare: ''La sfida è ora, non domani. Chi non se ne rende conto è parte del problema''. E vorrebbe andare oltre, sanzionare penalmente anche il saluto romano e gli ''atti nostalgici''. Proposta accolta dal gelo in Senato, dove sanno che inasprire le pene rischia di affossare qualsiasi intesa.

Oggi intanto l'Italia intera si ferma. A Milano è in programma l'open day al Memoriale della Shoah, con apertura straordinaria e visite guidate. Alle 11 gli studenti incontrano le istituzioni a Palazzo Marino, mentre in mattinata verrà deposta una corona di fiori davanti all'ex albergo Regina, l'hotel Gestapo come lo chiamavano i milanesi, teatro delle torture nazifasciste. A Roma, la facciata di Palazzo Madama si è illuminata di giallo dalla mezzanotte all'alba.

Alle 16 a Montecitorio, nella Sala della Regina, il presidente della Camera Fontana ospiterà l'anteprima del documentario ''L'ultima marcia'', dedicato all'inferno degli internati. Alle 18.30 anche il Colosseo si accende, alla presenza del ministro della Cultura Alessandro Giuli. Gli Archivi di Stato promuovono incontri a Milano, Roma, Napoli, Avellino, Bari, Torino. ''Non sono soltanto luoghi di conservazione, ma presidi civili'', sottolinea il direttore generale Antonio Tarasco. ''Nelle loro carte si trovano le tracce delle discriminazioni e delle responsabilità istituzionali''.

E però le piazze si scaldano. Collettivi studenteschi e movimenti pro-Palestina hanno provato a organizzare presidi per equiparare la Shoah a Gaza, parlando di ''genocidi'' al plurale. La Questura ha negato le autorizzazioni, come negli scorsi anni, ma loro manifesteranno comunque domani gridando che ''antisionismo non è antisemitismo''.

Dietro quello slogan c'è tutto il cortocircuito di questi tempi: la difficoltà di tenere separati i piani, di distinguere tra la memoria della Shoah - evento unico, incomparabile, sistematico - e la complessità tragica del conflitto mediorientale. Sullo sfondo, l’eco delle parole del nostro Capo dello Stato: ''Per fare davvero i conti con la Shoah non dobbiamo più rivolgere lo sguardo soltanto al passato'', aveva detto il presidente Mattarella in uno dei suoi discorsi più incisivi.

È questo il punto: la memoria non può essere un esercizio nostalgico, un rito annuale che ci assolve. Deve interrogare il presente, smascherare le derive quando si ripresentano, anche sotto altre sembianze. Per Primo Levi e per chi come lui attraversò mezza Europa in macerie tenendo in tasca ''il sogno di una nuova Patria fondata su libertà, giustizia sociale, rispetto dei diritti umani'', era stata la lotta antifascista a dare forza alle gambe. Oggi quella lotta continua in forme diverse, più subdole forse, ma non meno insidiose.

Perché l'odio sa rigenerarsi, travestirsi, trovare nuove giustificazioni. Perché il vero rischio non è dimenticare: le commemorazioni ci sono, le cerimonie pure. Il rischio è credere che ricordare basti. Che un giorno all'anno di memoria ci metta al riparo. Liliana Segre lo sa bene, lei che quel numero se lo porta addosso ogni giorno. E sa che la vera memoria non è quella celebrativa, ma quella che diventa vigilanza quotidiana, capacità di riconoscere i segni premonitori, coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Anche quando è scomodo, anche quando disturba le nostre appartenenze, anche quando ci costringe a distinguere invece che confondere.

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