La maggior parte dei mammiferi terrestri oggi non vive più in Natura. Secondo i dati più recenti, il 60% della biomassa dei mammiferi è rappresentato da animali allevati, il 36% da esseri umani e solo il 4% da specie selvatiche. Partendo da questa realtà, il WWF ha deciso di rinnovare la propria iniziativa Meat Free Week, in programma fino al 30 gennaio, nell’ambito della campagna Our Future e in coincidenza con il Veganuary, il mese dedicato al vegetarianesimo e alla salute.
Allevamenti intensivi e biodiversità: il WWF lancia la Meat Free Week
L’iniziativa prevede una settimana di approfondimenti tematici volti a sensibilizzare cittadini e istituzioni sull’impatto del consumo di carne sull’ambiente, sulla biodiversità e sulla salute umana. Durante questa settimana, infatti, il WWF illustrerà sui propri canali social sei motivazioni principali per ridurre il consumo di carne, che spaziano dagli effetti della produzione intensiva su risorse e ecosistemi globali al benessere animale e alla resilienza economica.
Secondo l’associazione, gli allevamenti intensivi, oggi predominanti a livello mondiale e responsabili fino all’80% della carne consumata in Italia, hanno profondamente ridefinito la struttura della vita sul Pianeta. La produzione di carne comporta impatti diretti e indiretti sugli ecosistemi: oltre a concentrarsi negli allevamenti, la carne “cresce” nei milioni di ettari di habitat naturali convertiti a coltivazioni destinate ai mangimi, in particolare soia e mais. Secondo il World Resources Institute, la conversione di foreste e savane tropicali colpisce in modo significativo Paesi ad altissima biodiversità, tra cui Brasile e Argentina.
Complessivamente, oltre 200 milioni di ettari di suolo agricolo nel mondo sono oggi impiegati per la produzione di mangimi, una superficie superiore a quella agricola complessiva dell’Unione europea. Anche l’Italia risente di questo modello.
Negli ultimi decenni il numero di allevamenti è diminuito, mentre quelli rimasti sono diventati sempre più grandi e intensivi. La concentrazione di migliaia di animali in pochi impianti aumenta gli effetti negativi sull’aria, sull’acqua e sul suolo, incrementa le emissioni climalteranti e peggiora il benessere animale. La progressiva scomparsa di allevamenti di piccola e media dimensione, spesso biologici o rigenerativi, indebolisce inoltre i territori rurali e riduce la diversità degli agroecosistemi, limitandone la resilienza. Per contrastare gli effetti degli allevamenti intensivi, il WWF Italia, insieme a Terra!, Greenpeace Italia, Lipu e ISDE – Medici per l’ambiente, ha presentato la proposta di legge “Oltre gli allevamenti intensivi – Per una transizione agroecologica della zootecnia”. La pdl, depositata a Montecitorio nel marzo 2024, attende ancora la calendarizzazione in Commissione Agricoltura.
Un problema aggiuntivo riguarda la trasparenza delle filiere: circa il 90% dei prodotti animali nella grande distribuzione non fornisce informazioni chiare sulle condizioni di allevamento. “Gli animali diventano numeri, invisibili ai consumatori, rendendo difficile comprendere l’impatto delle scelte alimentari”, sottolinea il WWF.
La carne bovina consumata in Italia proviene per il 60% da importazioni da Paesi UE come Francia, Polonia, Olanda, Spagna e Germania, mentre dal Brasile arriva prevalentemente carne bovina congelata. Il settore suinicolo italiano è meno dipendente dalle importazioni, ma comunque circa il 40% della carne suina è estera. Anche la produzione nazionale e europea fa largo uso di mangimi importati, soprattutto soia e cereali provenienti dal Sud America, collegando indirettamente il mercato italiano alla deforestazione e alla perdita di habitat naturali.
La percezione di origine “nazionale” dei prodotti è spesso fuorviante: molti alimenti freschi o trasformati, dagli hamburger ai nuggets e alle cotolette, contengono carne proveniente da filiere internazionali, anche extra-UE, generalmente congelata e successivamente scongelata. L’etichettatura indica in maniera generica “origine UE” o “origine extra UE”, senza specificare la reale provenienza, mentre la dicitura “origine Italia” è rara. Non esiste inoltre l’obbligo di segnalare se la carne importata provenga da aree precedentemente deforestate, impedendo ai consumatori di valutare il contributo dei prodotti alla perdita di biodiversità e al cambiamento climatico.
“La concentrazione di enormi numeri di animali in pochi impianti e la forte dipendenza da input esterni espongono il sistema alimentare a vulnerabilità crescenti”, spiega Eva Alessi, Responsabile Sostenibilità del WWF Italia (in foto). “Si tratta di sistemi altamente energivori, basati sull’uso intensivo di mangimi e farmaci, con grandi rischi sistemici e gravi impatti ambientali”.
Alessi aggiunge: “L’alta densità degli animali favorisce la diffusione di malattie e l’uso massiccio di antibiotici, incrementando il rischio di antibiotico-resistenza, una delle principali minacce alla salute globale secondo l’OMS. La riduzione della diversità genetica e produttiva limita la capacità di adattamento del sistema agricolo agli shock climatici, economici e geopolitici, rendendo la sicurezza alimentare più fragile”. Per questo motivo, sottolinea Alessi, “ogni pasto conta: ridurre il consumo di carne, uova e latticini aiuta a diminuire la pressione su biodiversità ed ecosistemi, migliorare il benessere animale e contribuire alla lotta alla crisi climatica, privilegiando prodotti biologici e provenienti da allevamenti agroecologici locali”.
Nonostante le criticità del sistema produttivo, i consumatori italiani mostrano segnali di cambiamento. Nel 2024, oltre 15 milioni di famiglie hanno acquistato prodotti plant-based alternativi alla carne, con un mercato che ha superato i 639 milioni di euro. Tra i giovani dai 17 ai 35 anni, l’82% ha adottato o intende adottare una dieta prevalentemente vegetale, soprattutto per ridurre l’impatto ambientale individuale.
Con la Meat Free Week, il WWF invita cittadini, scuole, aziende e istituzioni a sperimentare un’alimentazione più vegetale, consapevole e sostenibile, non solo per il Pianeta ma anche per la salute e la sicurezza alimentare futura. L’associazione ricorda che le scelte quotidiane a tavola possono contribuire a restituire spazio alla Natura e a costruire sistemi alimentari più resilienti.