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Il pistacchio della discordia

Barbara Leone
 
Il pistacchio della discordia

A Catania hanno inventato il pistacchio gay. Verde e rosa, esposto in piazza Duomo con la disinvoltura di chi appende un menu del giorno. L'impiegato della gelateria, sollecitato a giustificare la scelta nomenclatoria, ha offerto una spiegazione di adamantina linearità: "Abbiamo unito il pistacchio al cioccolato rosa e quindi lo abbiamo chiamato gay".

Il pistacchio della discordia

Quindi. Quella congiunzione conclusiva che sottintende un rapporto di causa-effetto, una necessità logica tra premessa e conseguenza. Verde più rosa uguale omosessuale. La semiotica dei colori applicata all'identità sessuale con la precisione epistemologica di un oroscopo cinese. Verrebbe da ridere, se non fosse che proprio il rosa – pigmento carico di significati culturalmente costruiti e violentemente imposti – ha già ucciso. Impossibile non pensare ad Andrea Spezzacatena, il quindicenne che si è tolto la vita, stremato da un bullismo sistematico scatenato da un paio di pantaloni rosa.

Non era gay, Andrea. Ma aveva osato violare il codice cromatico della mascolinità, quello stesso codice che oggi un gelatiere catanese maneggia con la leggerezza di chi crede che i colori siano neutri, innocui, magari persino divertenti. Il film che ne hanno tratto, "Il ragazzo dai pantaloni rosa", racconta quella storia con la delicatezza necessaria a non trasformare il dolore in pornografia del dolore. Ma ciò che il film mette a fuoco – e che la vicenda del pistacchio gay replica in forma grottesca – è il meccanismo attraverso cui la società etichetta. Il rosa diventa sinonimo di femminile, il femminile diventa sinonimo di debole, il debole diventa legittimo bersaglio. È una cascata semantica che trasforma un colore in un'arma.

Luigi Tabita, attivista e direttore del Giacinto festival, parla di stereotipi che alimentano bullismo. Ha ragione, evidentemente. Ma c'è qualcosa di più insidioso in quella vaschetta di gelato bicolore. C'è l'idea che l'omosessualità sia una caratteristica estetica, decorativa, una proprietà cromatica che si può attribuire a un dessert con la stessa leggerezza con cui si sceglie una carta da parati. Come se l'identità sessuale fosse riducibile a un pattern visivo, a un abbinamento Pantone. Open Catania protesta che "c'è un mondo che brucia là fuori" e le priorità dovrebbero essere altre.

Vero. Verissimo. Eppure il pistacchio gay e Andrea Spezzacatena sono collegati dallo stesso filo di violenza simbolica. Perché il linguaggio non è mai neutro, come ricorda Tabita: restituisce e impone una visione del mondo. E la visione del mondo restituita da quella gelateria è che l'omosessualità sia qualcosa di cui si può ridere, con cui si può giocare, che si può usare per vendere. Un gadget identitario buono per il marketing, svuotato di soggettività, ridotto a folklore. La questione non è il politicamente corretto o la battuta proibita. È che viviamo in un paese che ha fatto della superficialità una forma d'arte. Dove si può chiamare un gelato "gay" senza interrogarsi minimamente sul peso di quella parola, sulla sua storia, sulle vite che ha spezzato. Dove il rosa è ancora e sempre un'accusa, che colpisca un adolescente in una scuola romana o un cono gelato in piazza Duomo.

Il gelatiere catanese probabilmente non ha mai visto "Il ragazzo dai pantaloni rosa". Forse non sa nemmeno chi fosse Andrea. Ma il suo pistacchio gay è figlio della stessa cultura che ha permesso quella tragedia: quella che pensa che i colori abbiano un genere, che il genere sia una gerarchia, che la gerarchia giustifichi la derisione. E così mentre l'Italia del 2026 si interroga sulla legittimità di educare all'affettività nelle scuole, qualcuno vende gelati con nomi che perpetuano esattamente ciò che dovremmo disimparare. Ottenendo esattamente ciò che voleva: visibilità, polemiche che sono benzina per il passaparola, clienti incuriositi o indignati ma comunque paganti. Perché il capitalismo non ha orientamento sessuale, ma possiede un fiuto infallibile per lo scandalo che vende. Sa che l'indignazione genera traffico, il traffico genera curiosità, la curiosità genera vendite. E così l'omosessualità – quella cosa per cui ancora si muore in troppi Paesi, per cui ancora si discrimina nelle piazze, per cui ancora si negano diritti – diventa un gusto di gelato. Non è cinismo, è semplicemente il trionfo finale del mercato: dove tutto può essere venduto, nulla ha più valore. Dove anche la tua identità può diventare un cartello in una vetrina, a patto che qualcuno sia disposto a pagarla.

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