Economia

Risiko banche, lo scudo Delfin su Siena: il Patto dei Grandi blinda Lovaglio e gela UniCredit

di Luca Andrea
 
Risiko banche, lo scudo Delfin su Siena: il Patto dei Grandi blinda Lovaglio e gela UniCredit
Il risiko bancario italiano ha vissuto una settimana di violente smentite e riposizionamenti strategici. Con una nota ufficiale che non lascia spazio a interpretazioni, Delfin ha eretto un muro invalicabile attorno al suo 17,5% in Monte dei Paschi di Siena, spegnendo sul nascere i rumors che volevano la holding della famiglia Del Vecchio pronta a cedere il passo a UniCredit.

La mossa di Delfin non è solo un atto di difesa del valore azionario, ma una dichiarazione di guerra alla speculazione che, nelle ultime 48 ore, aveva ipotizzato un’uscita di scena funzionale a un’integrazione con Gae Aulenti. "Mai discussa alcuna ipotesi di dismissione", taglia corto la holding, ribadendo un concetto chiave: la quota in MPS è l’eredità strategica della conversione delle azioni Mediobanca. Un legame che trasforma Siena nel nuovo baricentro di un asse finanziario che punta dritto a Trieste.

A stretto giro è arrivata anche la smentita di UniCredit. Il CEO Andrea Orcel, solitamente avvezzo a muoversi con rapidità chirurgica, ha definito le voci "pura invenzione" e "distorsioni di mercato".

Tuttavia, il nervosismo di Piazza Affari non nasce dal nulla. Il mercato osserva con attenzione la metamorfosi di MPS che, dopo il successo dell’OPAS su Mediobanca, si ritrova a essere il socio di riferimento di Piazzetta Cuccia e, a cascata, l'ago della bilancia in Generali. Bloccando la cessione a UniCredit, Delfin non sta solo proteggendo una banca, ma sta blindando il controllo indiretto sul Leone di Trieste.

Se il fronte esterno appare ora congelato dalle smentite, quello interno è in piena ebollizione. Il prossimo 22 gennaio sarà una data spartiacque: il Consiglio di Amministrazione dovrà tracciare la rotta verso il rinnovo del board di aprile, ma il vero nodo è industriale.

Il Financial Times ha sollevato il velo su una presunta frattura tra l’AD Luigi Lovaglio e il secondo azionista, Francesco Gaetano Caltagirone (10,3%). Il pomo della discordia? Il futuro di Mediobanca. La visione Lovaglio è quella di puntare a un'integrazione profonda (forse un delisting) per massimizzare le sinergie estrattive tra Siena e Milano.

La cautela di Caltagirone

Il timore che una fusione totale dia a Lovaglio "carta bianca" sulla quota del 13% in Generali detenuta da Mediobanca, esponendola a possibili vendite che diluirebbero il peso dei soci privati nel Leone.

Nonostante il Gruppo Caltagirone abbia ufficialmente derubricato il confronto a "normale dibattito consiliare", la tensione sulla governance resta palpabile.

In questo scenario, Lovaglio incassa un punto fondamentale: il pieno supporto di Delfin. La holding ha lodato la performance della banca e la redditività del piano, allineandosi di fatto alla linea del Governo. Da Giancarlo Giorgetti a Matteo Salvini, l’esecutivo (ancora azionista al 4,9%) vede nel "modello Lovaglio" la via maestra per l’uscita definitiva dello Stato dal capitale.

Resta l'incognita di Francoforte. La BCE osserva il processo di trasformazione della governance con la consueta severità: il via libera definitivo alla lista del CDA non è ancora arrivato. Senza il timbro di Vigilanza, anche la muraglia eretta da Delfin potrebbe mostrare le prime crepe.
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