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Scontro totale sul referendum: Il Governo accelera, le opposizioni evocano la Consulta

di Redazione
 
Scontro totale sul referendum: Il Governo accelera, le opposizioni evocano la Consulta
La partita sulla riforma della Giustizia si sposta dal piano politico a quello del diritto costituzionale, innescando un corto circuito tra Palazzo Chigi, i comitati civici e il Quirinale. Il Governo ha sciolto le riserve: si procederà con l’interpretazione "stretta" della norma, fissando la data della consultazione referendaria entro sessanta giorni dall’ordinanza della Cassazione del 18 novembre scorso.

Una scelta che fonti dell'esecutivo definiscono "un atto dovuto nel rispetto dei limiti di legge", ma che per il fronte del "No" rappresenta un vero e proprio "strappo costituzionale".

Il cuore del conflitto risiede in una divergenza temporale che potrebbe invalidare il decreto di indizione.

La posizione del Governo: l'esecutivo ritiene che il termine per indire il referendum decorra dalla richiesta presentata dai parlamentari (ammessa dalla Cassazione a metà novembre).

La tesi del "Comitato dei 15": i promotori della raccolta firme popolare sostengono che la data non possa essere fissata prima del 30 gennaio, termine ultimo dei 90 giorni concessi dalla Costituzione ai cittadini per sottoscrivere la richiesta dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

"Qualsiasi decreto emesso prima del pronunciamento della Cassazione sulla raccolta firme sarà impugnato in ogni sede", avverte Carlo Guglielmi, portavoce del comitato. La minaccia non riguarda solo il Tar, ma punta a sollevare un conflitto di attribuzione che potrebbe arrivare fino alla Corte Costituzionale.

Sullo sfondo resta il monitoraggio del Quirinale. Il Presidente Sergio Mattarella, pur non opponendosi alla firma del decreto, ha espresso dubbi tecnici sulla tenuta giuridica di una data fissata in tempi così stretti, temendo che una pioggia di ricorsi possa paralizzare l’iter referendario.

Il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha cercato di minimizzare lo scontro con il Colle, pur ribadendo la linea della fermezza: "Il Quirinale è il nostro interlocutore più autorevole, ma le nostre considerazioni sono motivate dalla novità dell'iniziativa di raccolta firme", ha dichiarato il Guardasigilli, aggiungendo una nota polemica sulla raccolta stessa, definita di cui "non si vedeva la ragione".

Le parole di Nordio hanno incendiato il dibattito politico. Il leader del M5S, Giuseppe Conte, ha replicato duramente via social: "Noi sulla giustizia firmiamo e non ci sentiamo 'superflui'". Sulla stessa linea il Partito Democratico, con Debora Serracchiani che accusa il Ministro di gestire la data del referendum come un "fatto personale" a scapito delle regole democratiche.

Mentre la raccolta firme popolare sfiora quota 200 mila sottoscrizioni, le opposizioni serrano i ranghi in vista della mobilitazione nazionale del 10 gennaio, promossa dal comitato "Società civile per il No" di Giovanni Bachelet.

In questo clima di estrema polarizzazione, spicca la posizione dell'Unione Camere Penali Italiane. Gli avvocati penalisti, storicamente favorevoli alla separazione delle carriere (fulcro della riforma Nordio), attaccano frontalmente la strategia dei comitati: "La raccolta delle firme contro la riforma è solo una fuga dal referendum". Secondo i penalisti, il tentativo di allungare i tempi sarebbe una manovra dilatoria per evitare il confronto nelle urne.

L'incertezza sui tempi della riforma e il rischio di un blocco giudiziario del referendum potrebbero generare volatilità sul fronte della certezza del diritto nel breve termine. Gli osservatori guardano ora al prossimo Consiglio dei Ministri: se il decreto verrà varato prima del 30 gennaio, la parola passerà 
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