Economia

Tlc Italia, l'allarme di Asstel: "Persi 14 miliardi di ricavi, investimenti a rischio senza stop al caro-frequenze"

di Redazione
 
Tlc Italia, l'allarme di Asstel: 'Persi 14 miliardi di ricavi, investimenti a rischio senza stop al caro-frequenze'

Nella foto: Pietro Labriola Presidente di ASSTEL – Assotelecomunicazioni 

C’è una evidente, quanto pericolosa, dissonanza cognitiva tra le teorie accademiche formulate a Bruxelles e la brutale realtà dei bilanci italiani, un divario che rischia di compromettere irreversibilmente la tenuta industriale di un asset strategico per il Paese. 

È un richiamo al realismo economico quello che Asstel lancia in risposta allo studioAn analysis of the EU telecom sector’s ability to remunerate its cost of capital”, firmato dagli economisti della DG Competition della Commissione Europea, tra cui Emanuele Tarantino e Hans Zenger, le cui conclusioni appaiono in netta contraddizione con i fondamentali strutturali della filiera Tlc nazionale. 

I numeri messi sul tavolo dall’Associazione non lasciano spazio a interpretazioni ottimistiche: dal 2010 a oggi il settore ha bruciato oltre il 30% del proprio fatturato, una voragine da circa 14 miliardi di euro, pur mantenendo uno sforzo sugli investimenti che ha superato quota 114,8 miliardi di euro complessivi, uno scenario che si aggrava osservando la curva del costo del capitale, schizzato dal 7,3% del 2019 all’8,1% del 2023, erodendo margini già compressi. 

Per l’industria delle telecomunicazioni, che opera in una “tempesta perfetta” fatta di rischi industriali elevati per l’upgrade delle reti e un contesto regolatorio che spinge i prezzi al ribasso, l’equazione finanziaria non torna più: il capitale investito non trova una remunerazione adeguata e la redditività non cresce proporzionalmente agli sforzi profusi, complice anche l’ormai cronica asimmetria con gli Over-the-Top che estraggono valore dalle reti senza contribuire ai costi infrastrutturali. 

In questo quadro di sofferenza strutturale, Asstel pone l’accento su un tema non più rinviabile, quello delle frequenze, identificando nel costo delle licenze una zavorra insostenibile che funge da mera leva fiscale piuttosto che da fattore abilitante; finché lo spettro radio rimarrà una voce di costo così onerosa, slegata da ritorni economici diretti e proporzionati, la remunerazione del capitale resterà strutturalmente debole rendendo complessa qualsiasi pianificazione industriale di lungo periodo. 

Non è sufficiente, avverte l’Associazione, fermarsi agli indicatori medi di redditività sciorinati dagli analisti, ma occorre incrociare la dinamica depressiva dei ricavi con gli oneri regolatori e la velocità di obsolescenza tecnologica: senza una decisione politica chiara che sancisca la non onerosità delle frequenze e riequilibri la simmetria competitiva, il rischio concreto è il collasso della sostenibilità degli operatori e, a cascata, il fallimento degli obiettivi europei di connettività e transizione digitale che su quelle reti dovrebbero viaggiare.

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