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Tra Fed e BCE, il dollaro perde lo status di bene rifugio

di Michele Sansone, country manager di iBanFirst Italia
 
Tra Fed e BCE, il dollaro perde lo status di bene rifugio
L’ultima riunione della Federal Reserve non ha riservato sorprese e si è conclusa con la conferma dell’attuale orientamento di politica monetaria, come ampiamente previsto. La Fed continuerà a monitorare l’evoluzione recente di inflazione e crescita. I mercati prezzano ora due tagli dei tassi nel 2026, per un totale di 50 punti base, a partire da marzo. Non condividiamo l’ipotesi che il prossimo presidente della Fed possa attuare un “mega-taglio” aggressivo di 100 punti base. Una mossa di questo tipo sarebbe giustificabile solo in presenza di un rischio significativo di recessione, scenario che al momento nessuno prevede.

Nell’area euro, il quadro appare ancora più chiaro. La BCE sembra aver già raggiunto il tasso terminale al 2% ed è probabile che mantenga una posizione attendista nei prossimi mesi. Di conseguenza, nel 2026 la politica monetaria è destinata a giocare un ruolo meno dominante nel determinare l’andamento dei mercati valutari rispetto allo scorso anno. 

La recente debolezza del dollaro e il picco dell’EUR/USD in prossimità di 1,20 risultano invece meglio spiegati dal cosiddetto “debasement trade”. Questo cambiamento ha implicazioni rilevanti. Storicamente, le fasi di accentuate tensioni geopolitiche tendevano a rafforzare il dollaro statunitense, poiché gli Stati Uniti — nonostante gli impegni militari e le responsabilità globali — erano percepiti come il principale bene rifugio per i capitali internazionali. Tale percezione era rafforzata dalla lunga storia di sicurezza territoriale del Paese, che aveva in larga parte evitato conflitti sul proprio suolo.

Oggi questa dinamica sta mutando. Piuttosto che convergere verso il dollaro, gli investitori stanno aumentando l’esposizione all’oro, ad altri metalli preziosi (come argento e platino) e alle valute dei mercati emergenti. Gli Stati Uniti mostrano segnali limitati di un rinnovato ruolo di leadership globale e riteniamo che questa evoluzione rifletta il graduale smantellamento degli accordi impliciti che hanno strutturato l’ordine internazionale dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Tali accordi — spesso associati ai sistemi di Bretton Woods I e II — si fondavano sull’assunto che gli Stati Uniti avrebbero guidato e protetto l’ordine globale attraverso il proprio potere diplomatico, economico e, se necessario, militare. In cambio, gli altri Paesi accettavano un certo grado di dipendenza e si integravano in un sistema finanziario a guida statunitense. Una delle conseguenze è stata che gli alleati degli Stati Uniti non avevano la necessità di mantenere grandi forze militari, mentre gli USA stessi subivano una pressione limitata sul riequilibrio dei conti pubblici. Lo status del dollaro come valuta di riserva mondiale è stato un diretto prodotto di questa architettura postbellica.

Con l’evoluzione dell’ordine globale, anche la percezione del ruolo del dollaro statunitense è destinata a cambiare in modo duraturo. Non ci attendiamo un’uscita massiccia dagli asset denominati in dollari — uno scenario poco realistico. Tuttavia, il graduale riequilibrio avviato lo scorso anno dovrebbe proseguire, favorendo l’euro e le valute dei mercati emergenti.
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