Al dolore e allo sconcerto seguiti alla strage sulla spiaggia di Bondi Beach, a Sydney, dove molti ebrei si erano dati appuntamento per celebrare la festività di Hanukkah, stanno seguendo in Australia le polemiche, rivolte soprattutto al governo centrale e al primo ministro, Anthony Albanese, accusati di avere sottovalutato l'ondata di antisemitismo che da tempo investe il Paese.
Australia, dopo il dolore per la strage di ebrei, è il momento delle polemiche
La prima risposta alla sparatoria, che ha causato sedici morti e molti feriti, è stata la promessa del governo di mettere all'ordine del giorno del prossimo consiglio dei ministri un inasprimento delle leggi che regolano il possesso delle armi, compresi limiti temporali per il rilascio delle licenze. Il premier dello Stato del Nuovo Galles del Sud, Chris Minns, ha promesso una risposta "schiacciante" all'attacco.
La vittima più giovane è una bambina di 10 anni di nome Matilda, che stava festeggiando la prima notte di Hanukkah con la sua famiglia quando gli uomini armati hanno aperto il fuoco. È morta in ospedale per le ferite riportate.
I due autori della strage, padre e figlio (solo di quest'ultimo è stata confermata l'identità, Naveed Akram), sono stati raggiunti dal fuoco degli agenti della polizia mentre, da un pontino, sparavano contro le persone che si trovavano sulla spiaggia. Il padre è deceduto all'istante, mentre il figlio, che ha 24 anni ed è nato in Australia, ha riportato gravi ferite e, dopo essere stato sottoposto ad un intervento chirurgico d'urgenza, è ora piantonato in ospedale.
Il giovane era stato precedentemente esaminato dall'agenzia di sicurezza nazionale ASIO, che aveva valutato l'assenza di qualsiasi rischio di violenza. Il padre, arrivato in Australia dal Pakistan nel 1998, era titolare di una licenza di caccia ricreativa e faceva parte di un circolo di tiro.
In questo momento 38 persone, ferite nella sparatoria, sono ricoverati in ospedale.
L'Australia ha già alcune delle leggi sulle armi più severe al mondo, ma la sparatoria di massa di Bondi potrebbe portare a regole ancora più severe, man mano che si diffonde la consapevolezza che non sono abbastanza dure da impedire spargimenti di sangue.
Le restrizioni sono state inasprite quasi 30 anni fa, dopo che un uomo armato di armi semiautomatiche ha ucciso 35 persone in Tasmania.
Quel massacro spinse il governo dell'epoca ad agire e, nel giro di due settimane, nuove leggi stabilirono regole severe su chi poteva o non poteva possedere un'arma.
Fino a domenica, l'Australia aveva decenni di prove del fatto che leggi severe sulle armi possono rendere un Paese più sicuro, con uno dei tassi di omicidi con armi da fuoco pro capite più bassi al mondo.
Secondo i dati dell'Australian Institute of Criminology, tra luglio 2023 e giugno 2024 in Australia si sono verificati solo 31 omicidi legati alle armi da fuoco, con un tasso di omicidi pari a 0,09 ogni 100.000 persone.
Ma il numero di armi detenute legalmente è aumentato costantemente per oltre due decenni e ora, con quattro milioni, supera il numero precedente alla repressione del 1996, ha affermato all'inizio di quest'anno il think-tank Australia Institute.
Quanto accaduto a Bondi costringe ora il governo centrale a riconsiderare se le leggi statali siano ancora adatte allo scopo.
Il più giovane degli stragisti, ha detto Albanese, ''è stato esaminato sulla base della sua associazione con altri e si è valutato che non vi erano indicazioni di alcuna minaccia in corso o di un suo eventuale ricorso alla violenza". Da parte sua Mike Burgess, il capo dei servizi segreti del Paese, l'Australian Security Intelligence Organisation (ASIO), aveva precedentemente confermato che l'uomo era già nel mirino dell'agenzia.
"Uno degli individui ci era noto, ma non rappresentava una minaccia immediata, quindi ovviamente dobbiamo indagare su cosa è successo qui".