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Chi parla di più? La scienza svela le vere differenze tra uomini e donne

Redazione
 
Chi parla di più? La scienza svela le vere differenze tra uomini e donne

Le chiacchiere sono da sempre considerate una prerogativa femminile, ma la scienza ha progressivamente smontato questa convinzione rivelando una realtà molto più sfumata. È vero che le bambine iniziano a parlare prima dei coetanei maschi e che arricchiscono il vocabolario con maggiore rapidità, ma stabilire quanto questa abilità derivi dalla genetica o dall’ambiente è ancora materia di discussione.

Chi parla di più? La scienza svela le vere differenze tra uomini e donne

Una delle ricerche più citate sul tema è quella condotta dalla neuropsichiatra Louann Brizendine, secondo la quale le donne pronuncerebbero in media 20.000 parole al giorno contro le 7.000 degli uomini. Tuttavia, questo studio, pubblicato nel libro "The Female Brain", è stato fortemente ridimensionato da un’analisi successiva guidata da Matthias Mehl, psicologo dell’Università dell’Arizona, e pubblicata su "Science", che ha invece registrato una media di circa 16.000 parole quotidiane per entrambi i sessi. Lo stesso Mehl ha però riconosciuto l’insufficienza del campione, 500 partecipanti, quasi tutti studenti di college texani, e ha ripreso in mano la questione diciotto anni dopo, con una base molto più solida composta da 2.197 soggetti osservati attraverso 630.000 registrazioni audio raccolte in 22 studi condotti in quattro paesi. Il risultato è che le donne parlano effettivamente un po’ di più, ma soltanto nel cuore della vita adulta, tra i 25 e i 64 anni, e con uno scarto contenuto: circa 21.845 parole al giorno contro le 18.570 degli uomini.

Nel resto della vita, durante infanzia e vecchiaia, la differenza si riduce fino quasi a scomparire. La causa potrebbe essere sociale più che biologica: in quella fascia d’età, infatti, le donne sono più coinvolte nella cura della famiglia, nella gestione della casa e nella vita sociale, tutte situazioni che richiedono una comunicazione più frequente. Sul piano biologico, una spiegazione interessante arriva dallo studio di J. Michael Bowers e Margaret McCarthy dell’Università del Maryland, pubblicato nel “Journal of Neuroscience”, che ha evidenziato un legame tra la maggiore loquacità femminile e la proteina FOXP2, coinvolta nella capacità di vocalizzazione nei mammiferi.

Le bambine mostrano livelli di questa proteina superiori del 30% rispetto ai maschi, e questo potrebbe spiegare una maggiore propensione alla parola. Sperimentazioni condotte su cavie hanno mostrato che l’inibizione della FOXP2 riduce le capacità comunicative, mentre nei cuccioli maschi, al contrario degli esseri umani, la proteina si manifesta con maggiore intensità, inducendo un richiamo materno più marcato. Questa complessa interazione tra biologia e contesto sociale getta nuova luce su un argomento spesso affrontato in modo semplicistico.

Ma c’è un altro dato da considerare: a prescindere dal sesso, negli ultimi anni tendiamo tutti a parlare meno. Le parole quotidianamente pronunciate sono scese in media da 16.000 a circa 13.000, un calo che non sembra avere origine da una maggiore introspezione o riservatezza, ma piuttosto dalla crescente abitudine a comunicare attraverso social media e piattaforme di messaggistica, con modalità che privilegiano la brevità, l’immediatezza e spesso l’assenza totale di voce. Un cambiamento profondo, che merita attenzione e che solleva domande non banali su come il linguaggio, e forse il pensiero stesso, stia evolvendo sotto la pressione della tecnologia.

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