Esteri

Gaza: quando l'immagine di un dramma è solo occasione di una polemica

Barbara Leone
 
Gaza: quando l'immagine di un dramma è solo occasione di una polemica

Gaza bombardata. Gaza affamata. Gaza sbeffeggiata ed umiliata, ogni volta che qualcuno mette in dubbio la veridicità delle immagini che arrivano dall’enclave palestinese, ogni volta che si insinua il sospetto che quelle fotografie siano costruite ad arte con pose studiate, sguardi in camera, corpi esposti alla luce come su un set…

Gaza: quando l'immagine di un dramma è solo occasione di una polemica

Sì, è stato scritto anche questo.
Da penne autorevoli, da intellettuali stimati, da colleghi che parlano di “regia della guerra” e di “manipolazione della pietà”. L’idea che la sofferenza possa essere strumentalizzata è in sé legittima. Anzi indispensabile, perché il dubbio è uno degli strumenti del nostro mestiere. Ma quando il dubbio diventa cieco sospetto, e quel sospetto si esercita solo su una parte – sempre la stessa, sempre la più massacrata – allora è cinismo.

Disumanità. Perché guardare la foto di un bambino morto, con la testa fasciata, il viso sporco di sangue e polvere, e chiedersi se quella posa sia stata studiata per commuovere l’Occidente, significa una cosa sola: non si è più capaci di sentire. Si è spento l’interruttore dell’empatia. Si è chiuso il cuore. Si è anestetizzata la coscienza. Che quelle immagini arrivino da un esperto reporter o da un palestinese qualunque, non cambia la sostanza. Quei bambini sono veri. Quelle madri sono vere. Quelle gambe spezzate che penzolano fuori dalle barelle, quelle braccia inerti, quei volti deformati dall’esplosione sono reali. E sono morti. Non simboli, non comparse: sono cadaveri.

Ah, ma la colpa è di Hamas, dicono. E sia. Ma anche se fosse, anche se ogni responsabilità fosse davvero ascrivibile solo ed esclusivamente ad Hamas, c’è una domanda che non possiamo più ignorare: cosa sta facendo Israele per salvare quei bambini? La risposta è drammatica: nulla. Anzi, li isola. Li affama. Li bombarda. A migliaia. Senza tregua. Senza alcuna distinzione tra obiettivi militari e civili. Li chiama “danni collaterali”. Ma un danno collaterale di sei anni non è un effetto indesiderato: è un fallimento morale. È una condanna a morte.

Oggi Gaza è una gabbia senza via d’uscita, un luogo dove si muore per le esplosioni ma anche per la fame. Gli aiuti umanitari non entrano, i convogli vengono bloccati, le medicine mancano, l’acqua è contaminata. E chi sopravvive alle bombe rischia di morire disidratato, denutrito, dimenticato. Davanti a tutto questo, la narrazione dominante chiede silenzio. O peggio: neutralità. E se osi rompere quel silenzio, se osi indignarti, arriva puntuale l’accusa più infame: sei antisemita. È la scorciatoia più comoda per zittire ogni voce critica. Come se denunciare un massacro significasse negare l’Olocausto. Come se l’unica solidarietà possibile fosse quella cieca, muta, incondizionata. No. Non è antisemitismo. È umanità. È rifiuto dell’orrore. È bisogno di giustizia.

Perché davanti a un bambino fatto a pezzi, francamente, non mi interessa più da che parte arriva il colpo. Mi interessa solo che è morto. Che è morto nel silenzio di troppi, con il sospetto addosso di essere stato usato, esposto, strumentalizzato anche da morto. Come se non bastasse essere stato ucciso.

La verità è che la guerra non ha bisogno di una regia per essere mostruosa. È già orrore puro, a cielo aperto. E chi cerca di screditarne le immagini, chi insinua che siano eccessive, montate, progettate per impietosire, non sta facendo un esercizio di lucidità: sta solo rendendo più digeribile l’indicibile. Sta costruendo una narrazione di comodo, utile a lavarsi la coscienza. Non è lucidità. È anestesia morale. Non è equilibrio. È vigliaccheria mascherata da obiettività. E quando l’equilibrio diventa omertà, allora sì: la Storia presenta il conto. E lo presenta a tutti. Anche a chi ha scelto di star zitto e voltarsi dall’altra parte.

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