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Giappone, il governo dice no ai nomi stravaganti per i bambini: addio a Pikachu e Pudding

Barbara Leone
 
Giappone, il governo dice no ai nomi stravaganti per i bambini: addio a Pikachu e Pudding

Quando in Giappone nasce un bambino, è consuetudine che il nome scelto dai genitori racchiuda un significato profondo, magari legato a virtù familiari o valori culturali. Eppure, negli ultimi decenni, un vento di creatività – o di eccesso, secondo alcuni – ha soffiato su molti registri anagrafici, portando con sé una vera e propria esplosione di nomi fantasiosi.

Giappone, il governo dice no ai nomi stravaganti per i bambini: addio a Pikachu e Pudding

Nike, Pikachu, Pudding: no, non sono personaggi di un nuovo manga, ma bambini giapponesi in carne e ossa, vittime o beneficiari (dipende dai punti di vista) della moda dei nomi "kirakira", termine che in giapponese significa letteralmente "scintillanti".

Secondo un’inchiesta della CNN, la popolarità di questi nomi è cresciuta sensibilmente a partire dagli anni ’80, spinta dalla voglia dei genitori di distinguersi e rompere con la tradizione. Tuttavia, l’onda di originalità ha generato anche notevoli problemi pratici: "Negli ospedali, a scuola o negli uffici pubblici – scrive la CNN – molti operatori si trovano in difficoltà nel pronunciare correttamente nomi scritti in caratteri Kanji ma associati a letture completamente inventate".

Il risultato? Una nuova legge, entrata in vigore lunedì scorso, che pone limiti severi all'utilizzo di letture non convenzionali nei nomi. I genitori dovranno indicare la pronuncia fonetica esatta, e se questa non corrisponde a quella comunemente accettata dei caratteri utilizzati, le autorità locali potranno rifiutare la registrazione o chiedere documenti aggiuntivi.
Una decisione che ha fatto discutere il Paese, dividendo opinione pubblica e social media.

"Non sono figli della nazione, giusto? Sono figli dei loro genitori", ha scritto un utente su X, in difesa del diritto alla libera scelta. Ma altri hanno accolto la stretta con sollievo.
"Perché certe persone mettono nomi kirakira ai loro figli? È solo per questo che quei bambini vengono bullizzati", scrive qualcuno. E c’è chi ironizza con taglio sociologico: "Vedere il nome di un bambino rivela l’intelligenza dei suoi genitori, il che è utile".

Il nodo centrale è linguistico: i caratteri Kanji possono avere anche dieci o più pronunce differenti, e l'assegnazione arbitraria di suoni rende difficile, se non impossibile, dedurre il nome corretto di un bambino guardando il solo ideogramma. L’operazione di decodifica, in alcuni casi, rasenta l’impresa da crittografi. E se vi pare un’esclusiva nipponica, vi sbagliate.

Come ricorda sempre la CNN, il fenomeno dei nomi "creativi" è in crescita ovunque: negli Stati Uniti, ad esempio, è ormai comune imbattersi in bimbi chiamati Ashleigh invece di Ashley, o Catelynn al posto del classico Caitlin.

E in Germania, le autorità hanno perfino bloccato registrazioni con nomi come "Gastrite" e "Borussia", ritenendoli nocivi per lo sviluppo del bambino. Dalle nostre parti, il firmamento dei registri anagrafici continua a brillare di creatività a tratti surreale. Difficile immaginare un’Italia pronta a rinunciare alla sua vena fantasiosa, quella che partorisce piccole Chanel e Bryan come fossero personaggi di una serie Netflix ambientata tra i banchi di scuola.

Se mai qualcuno proponesse anche qui un "Registro dei Nomi Decifrabili", non è da escludere che scoppierebbe una piccola insurrezione popolare, fatta di gruppi Facebook, petizioni online e battesimi flash celebrati prima che la legge entri in vigore.

E chissà quanti papà dovrebbero disdire la torta con la scritta “Welcome Alvin” e quante mamme si vedrebbero costrette a rivedere il sogno di una figlia chiamata “Sharon Blu Moon”, destinata – almeno nei loro piani – a sfilare sulle passerelle di Milano.

Ironia a parte, il punto sollevato dal Giappone tocca anche l’Occidente: fino a che punto la libertà individuale può spingersi quando si tratta di decidere il nome di un figlio? È giusto permettere a chiunque di imprimere ai neonati marchi di originalità estrema, sapendo che saranno loro – e non i genitori – a portarne il peso per tutta la vita?

Nel frattempo, mentre il Giappone cerca equilibrio tra tradizione e creatività, qui da noi possiamo solo sperare che l’anagrafe continui a essere clemente. O che almeno i futuri “Pikachu Rossi” e “Pudding Bianchi” crescano con abbastanza senso dell’umorismo da perdonare mamma e papà. Del resto, come ha detto un altro utente giapponese citato dalla CNN, “i nomi kirakira rivelano molto sull’intelligenza dei genitori”. E, forse, anche sulla loro capacità di pensare al domani.

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