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Crescono le pressioni in Italia e Germania per rimpatriare l’oro conservato a New York

Redazione
 
Crescono le pressioni in Italia e Germania per rimpatriare l’oro conservato a New York

Italia e Germania stanno affrontando un’ondata crescente di pressioni politiche e istituzionali per riportare in patria una parte consistente delle loro riserve auree custodite all’estero, in particolare negli Stati Uniti. Attualmente, oltre un terzo dei lingotti d’oro dei due Paesi – dal valore complessivo stimato in 245 miliardi di dollari – è conservato nei sotterranei della Federal Reserve Bank di New York.

Crescono le pressioni in Italia e Germania per rimpatriare l’oro conservato a New York

Si tratta di una prassi storica, eredità dell’ordine monetario postbellico e del ruolo dominante di Manhattan nei mercati auriferi internazionali. Tuttavia, in un contesto geopolitico in rapido mutamento, sempre più esponenti politici e analisti mettono in dubbio l’opportunità di lasciare le riserve in mani straniere, soprattutto con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali USA e un possibile ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.

A rilanciare il dibattito è stato Fabio De Masi, ex eurodeputato tedesco, oggi vicino al partito populista BSW, che ha dichiarato al Financial Times che “ci sono solide ragioni” per riportare l’oro tedesco in patria. Dello stesso avviso il presidente della Taxpayers Association of Europe, Michael Jäger: “Trump vuole controllare la Fed, e ciò significherebbe anche avere potere sulle riserve auree tedesche e italiane negli Stati Uniti. È il nostro denaro, deve tornare a casa”.

In Italia, l’allarme è stato lanciato dall’economista Enrico Grazzini su Il Fatto Quotidiano, alla vigilia del viaggio del premier Giorgia Meloni a Washington. “Lasciare il 43% delle riserve auree italiane in America, sotto un’amministrazione Trump poco affidabile, è molto pericoloso per l’interesse nazionale”, ha scritto Grazzini.

A rendere ancora più urgente il tema è stato un recente commento di Trump, che ha minacciato di “dover forzare qualcosa” se la Federal Reserve non abbasserà i tassi. Una dichiarazione interpretata da molti come un segnale d’allarme per l’indipendenza della banca centrale americana.

Con 2.452 tonnellate di oro, l’Italia è il terzo detentore al mondo dopo gli Stati Uniti e la Germania. Una parte significativa di queste riserve è ancora custodita oltreoceano, in particolare nei caveau di Fort Knox. Durante gli anni in opposizione, anche Fratelli d’Italia aveva chiesto esplicitamente il rimpatrio dei lingotti, ma la questione è stata poi accantonata una volta al governo.

In Germania, invece, la Bundesbank ha già iniziato a rimpatriare oro oltre un decennio fa: tra il 2013 e il 2017, Berlino ha riportato a casa 674 tonnellate da New York e Parigi, un’operazione costata 7 milioni di euro. Tuttavia, il 37% delle riserve tedesche è ancora negli Stati Uniti.

Secondo l’ultimo sondaggio del World Gold Council, il 43% delle banche centrali mondiali prevede di aumentare le riserve auree nel 2025, il dato più alto mai registrato. Il 59% degli istituti dichiara di conservare già oggi parte dell’oro nei propri confini nazionali, rispetto al 41% del 2024. Parallelamente, cresce lo scetticismo verso la custodia americana, mentre si conferma la fiducia nella Banca d’Inghilterra come principale depositaria esterna.

Negli USA intanto monta il dibattito interno sulla trasparenza delle riserve auree nazionali. Il deputato repubblicano Thomas Massie ha presentato alla Camera il disegno di legge House Bill 3795, che prevede il primo audit completo delle riserve di Fort Knox, West Point e Denver dal secondo dopoguerra a oggi.

Il provvedimento, sostenuto da tre cofirmatari, prevede non solo un inventario fisico e una verifica della purezza dei lingotti, ma anche un’indagine contabile su tutte le transazioni aurifere degli ultimi 50 anni. Jp Cortez, direttore esecutivo della Sound Money Defense League, ha dichiarato: “Ci sono molte domande legittime su chi possieda effettivamente i lingotti. Se l’oro è stato dato in leasing, scambiato o vincolato in qualche modo, si rischia una crisi di fiducia enorme”.

Anche Trump ha alimentato i sospetti, affermando: “Andremo a Fort Knox per vedere se l’oro è davvero lì. Forse qualcuno lo ha rubato. Tonnellate d’oro”.

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