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Quando il lavoro decide il voto

Redazione
 
Quando il lavoro decide il voto
Un’economia locale in difficoltà può cambiare il destino politico di un Paese. È la tesi che emerge dal nuovo Working Paper n.1495 della Banca d’Italia, firmato da Daniel Mele e Alessandro Pietropaoli, intitolato Local labour market conditions and electoral behaviour: an instrumental variable approach from Italy. Lo studio, che analizza i dati di quattro elezioni politiche nazionali (2008, 2013, 2018 e 2022), mostra come l’andamento dell’occupazione a livello territoriale influenzi in modo significativo sia la partecipazione elettorale sia il consenso verso i partiti di governo.

Quando il lavoro decide il voto

Secondo le stime della ricerca, una diminuzione di un punto percentuale del tasso di occupazione locale produce in media un aumento dello 0,76% dell’affluenza alle urne e un calo dello 0,80% nel voto ai partiti incumbent. La relazione è la seguente: quando l’economia locale peggiora, gli elettori non si ritirano ma reagiscono, andando a votare per esprimere un dissenso che si traduce in perdita di consenso per chi governa. Il lavoro interpreta questo comportamento come una forma di protest voting, coerente con l’idea che la responsabilità economica venga attribuita in primo luogo al governo nazionale.

Lo studio, basato su una metodologia statistica di tipo “shift-share instrumental variable” (un approccio sviluppato da Bartik e Blanchard-Katz), consente di isolare gli effetti causali delle variazioni occupazionali evitando distorsioni dovute a fattori locali non osservabili. Gli autori hanno analizzato 605 aree di mercato del lavoro italiane (LMA), territori definiti da flussi di pendolarismo e quindi rappresentativi delle dinamiche economiche locali reali.

Il periodo esaminato, dal 2006 al 2022, comprende tre crisi decisive per l’Italia: la crisi finanziaria globale del 2008, quella del debito sovrano del 2011 e la pandemia di Covid-19 del 2020. Questi shock hanno generato profonde differenze territoriali, con l’occupazione che nel Mezzogiorno ha superato i livelli pre-crisi solo nel 2022. È in questi contesti che gli autori hanno rilevato le reazioni elettorali più intense: dove l’occupazione cala, la partecipazione cresce e il sostegno ai partiti di governo si riduce sensibilmente.

L’indagine mette inoltre in luce un meccanismo di mediazione definito participation channel: una parte consistente dell’effetto negativo sull’incumbent deriva proprio dall’aumento della partecipazione elettorale in risposta al peggioramento del mercato del lavoro. In termini numerici, circa un quarto della perdita di consenso dei partiti al governo è spiegata dall’effetto “mobilitazione” dei cittadini colpiti dalla crisi.

Un’altra evidenza chiave riguarda l’asimmetria delle reazioni, i miglioramenti occupazionali non generano effetti equivalenti in senso opposto. In altre parole, quando l’economia migliora, l’elettorato non premia con la stessa intensità chi governa, quando invece peggiora, la punizione è netta. Da qui la conferma empirica del carattere di voto di protesta che connota le fasi di difficoltà economica.

Infine, i ricercatori hanno testato l’ipotesi che l’allineamento politico tra governi regionali e nazionale possa attenuare l’impatto delle crisi locali sul comportamento elettorale. L’effetto risulta solo marginale, poiché anche nelle regioni “amiche” del governo centrale, la responsabilità per la performance economica resta percepita come nazionale.

Viene così descritta un’Italia in cui le difficoltà del lavoro non spengono la partecipazione democratica, ma la riaccendono in chiave critica. Il voto, in questo senso, diventa lo strumento con cui le comunità locali segnalano disillusione, chiedendo risposte più efficaci alle crisi economiche che colpiscono i territori.
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