Economia

Manovra 2026, l’allarme di Unimpresa: “Così le Pmi restano senza ossigeno”

Redazione
 
Manovra 2026, l’allarme di Unimpresa: “Così le Pmi restano senza ossigeno”
Tra la manovra fiscale per il 2026 e la realtà quotidiana delle piccole e medie imprese italiane si apre un divario sempre più profondo. Un fossato che non è solo economico, ma anche culturale. Da una parte i numeri della finanza pubblica, dall’altra la concretezza di milioni di imprenditori che lottano per restare sul mercato. È questo il cuore dell’allarme lanciato da Unimpresa, secondo cui il costo del credito, ormai oltre il 5%, è diventato un ostacolo strutturale alla crescita delle Pmi, che rappresentano il 92% del tessuto produttivo nazionale e danno lavoro a più di 15 milioni di persone.

Manovra 2026, l’allarme di Unimpresa: “Così le Pmi restano senza ossigeno”

La manovra 2026, denuncia l’associazione, risponde con incentivi condizionati e di difficile accesso. La riduzione dell’Ires dal 24% al 20%, pur positiva sulla carta, rischia di restare inapplicabile per la maggior parte delle imprese, vincolata com’è all’aumento dell’organico, a nuovi investimenti in beni strumentali e alla destinazione di una parte significativa degli utili al reinvestimento interno. “Obiettivi condivisibili”, spiega Marco Salustri, consigliere nazionale di Unimpresa (in foto), “ma irraggiungibili per chi oggi non ha liquidità sufficiente neppure per coprire le spese correnti”.

A complicare il quadro c’è il Piano Transizione 5.0, che finisce per privilegiare le grandi imprese. Gli sgravi più consistenti, infatti, scattano solo per investimenti superiori a 2,5 milioni di euro, lasciando fuori la gran parte delle piccole realtà manifatturiere e artigiane. Anche la legge Sabatini, rifinanziata con 300 milioni di euro, secondo Unimpresa “ha un impatto più politico che reale”, a fronte di una domanda di credito agevolato in costante aumento.

Non meno grave la questione della burocrazia, che continua a pesare come un macigno. “Ogni impresa spende in media 5.200 euro l’anno per adempiere agli obblighi amministrativi, quasi il doppio rispetto alla Germania”, sottolinea Salustri, “e le cosiddette semplificazioni spesso si traducono in nuove piattaforme digitali, più complicate delle precedenti”.

Un quadro aggravato dalla cronica carenza di risorse del Fondo di garanzia per le Pmi, che lascia escluse molte aziende solide, mentre la pressione fiscale rimane tra le più alte d’Europa. Per Unimpresa, la legge di bilancio appare “più come un esercizio contabile che come una strategia di sviluppo”.

Salustri conclude così: “Il Paese ha bisogno di misure strutturali su tassazione, semplificazione e credito. Le imprese non chiedono sussidi, ma condizioni eque per lavorare. Finché non si affronteranno i nodi veri, il pilastro produttivo dell’Italia continuerà a indebolirsi, anno dopo anno, manovra dopo manovra.”
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