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Medio Oriente: Netanyahu ha ormai passato il segno, ma Washington guarda altrove

Redazione
 
Medio Oriente: Netanyahu ha ormai passato il segno, ma Washington guarda altrove

L'attacco alla chiesa cattolica di Gaza, di per sé, è solo un momento della strategia che Israele sta perseguendo per raggiungere il suo obiettivo primario: garantirsi la sopravvivenza cancellando anche l'ultimo simulacro della speranza dei palestinesi di avere un futuro grazie ad un loro Stato.

Medio Oriente: Netanyahu ha ormai passato il segno, ma Washington guarda altrove

La ricerca sistematica dell'annientamento fisico di Hamas non è solo e soltanto una risposta al 7 ottobre perché, se non ci fossero stati la strage, i rapimenti, le violenze e gli abusi e il tragico spettacolo imbastito sul mercimonio degli ostaggi, Netanyahu avrebbe cercato un'altra occasione, un'altra ''scusa'' per cancellare la presenza del movimento islamista armato dalla Striscia, un gruppo che, alimentato economicamente e con gli armamenti da Teheran, era e resta una spina nel fianco.

Ma quel progetto, abbastanza manifesto dall'essere stato evidente ben prima del 7 ottobre, ha subito una evoluzione che, perseguita da Israele, oggi sta spaccando il fronte dei Paesi tradizionalmente amici o alleati (Italia compresa), sbigottiti dalla deriva quasi ''stragista'' della politica di Gerusalemme. Che, come se non avesse già i suoi problemi, ora si va a cercare altri nemici, ergendosi a difensore dei drusi in Siria, come se il futuro di quella minoranza fosse vitale per il suo.

Ma l'impressione che si va rafforzando negli ultimi giorni e settimane è che Benjamin Netanyahu abbia deciso di combattere militarmente su più fronti (Iran, Siria, Yemen, Libano) solo per garantirsi la sopravvivenza politica, quasi che i successi militari (sempre che attaccare una chiesa cattolica, tradizionale rifugio per decine di famiglie di gazawi che altrimenti sarebbero esposti alle bombe e alla fame. possa essere definito tale) gli garantiscano un effetto narcotizzante sul crescente dissenso che ha in patria, dove la sua maggioranza alla Knesset scricchiola e il movimento di chi vuole la pace cresce di numero e qualità.

Per questo, nell'idea che il Paese lo riconosca come l'unico in grado di garantire la sicurezza, magari sperando in una riedizione riveduta e corretta del sogno del Grande Israele, ''Bibi'' non si ferma davanti a nulla, nemmeno vedendo che decine di persone muoiono a Gaza non perché imbracciano armi, ma solo perché cercano disperatamente qualcosa da mangiare.

In questo scenario resta l'ambiguità di Washington, che sembra non trovare una soluzione politica (che nulla c'entra con un cessate il fuoco o con la ''pace'') al pantano in cui da anni si è infilata, definendosi il più grande alleato di Israele.

Proseguire nell'appoggio incondizionato e acritico delle politiche di Netanyahu potrebbe, alla lunga, pesare molto sugli Stati Uniti che, nel momento in cui la pancia dei repubblicani duri e puri chiede di uscire dai conflitti lontano da casa, potrebbero essere costretti a ripensare le loro alleanze. Ma sino a quando alla Casa Bianca ci sarà qualcuno che, piuttosto che una valutazione politica degli eventi, giudica sulla base dei rapporti personali e di amicizia, Gaza resterà il tragico simbolo di una guerra di cui nessuno intende assumersi la responsabilità.

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