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In Italia oltre 88.500 donne vittime di mutilazioni genitali, ma le giovani dicono basta

di Redazione
 
In Italia oltre 88.500 donne vittime di mutilazioni genitali, ma le giovani dicono basta
Ottantottomilacinquecento. È il numero che pesa come una ferita nel corpo e nella coscienza collettiva del Paese. Tante sono le donne presenti in Italia che hanno subito mutilazioni genitali femminili (MGF), secondo le nuove stime presentate il 23 ottobre presso la Città Metropolitana di Milano da Università di Milano-Bicocca e Università di Bologna, in collaborazione con Amref Health Africa. Un aumento dell’1% rispetto al 2019, ma dietro la fredda statistica si nasconde una realtà che sta lentamente cambiando, nel mondo, infatti, la pratica arretra tra le giovani generazioni.

Lo studio, curato da Patrizia Farina e Livia Ortensi, con la partecipazione di Alessio Menonna di Fondazione Ismu, rileva che il 98% delle donne che hanno subito MGF in Italia è nata all’estero, con prevalenza nelle comunità egiziane, nigeriane ed etiopi. Le incidenze più alte si registrano tra le donne di origine somala (97,8%), sudanese (90,8%) e guineana (91,5%). Le bambine sotto i 15 anni potenzialmente a rischio sono 16.000. Ma il dato globale segna una speranza. Nei Paesi in cui la pratica era quasi universalmente diffusa, si osserva un calo tra le più giovani.

Un segnale che arriva anche dalle parole di Paola Crestani, presidente di Amref Italia, che ha raccontato il lavoro di dialogo portato avanti attraverso il progetto Y-Act: incontri nei bar, nelle università, nei luoghi di comunità per rompere il tabù. “Quelle parole non sono mie, ha detto Crestani,  ma di ragazze e ragazzi che stanno cambiando le cose. È la strada che ci ha insegnato l’Africa: il dialogo, non la condanna”.

Le istituzioni presenti hanno condiviso la stessa linea di impegno comune. Diana De Marchi, consigliera delegata alle Politiche sociali della Città Metropolitana di Milano, ha ribadito la necessità di una strategia corale: “Non basta sensibilizzare, servono azioni concrete per fermare una violenza che è insieme culturale e fisica”. Elena Buscemi, presidente del Consiglio comunale, ha ricordato che “le MGF non sono lontane da noi: colpiscono donne che vivono nei nostri quartieri, dentro famiglie che spesso affrontano tutto nel silenzio”.

E poi ci sono loro, le protagoniste del cambiamento. Giovani donne come Esraa Newir, tra le attiviste del progetto Y-Act, che ha raccontato la sua esperienza: “Le MGF non sono un problema dei Paesi lontani. Chi le ha subite vive qui, accanto a noi. Il nostro compito non è giudicare, ma ascoltare. Quando una donna riesce a raccontarsi, la sua storia smette di essere dolore e diventa potere”.

A rafforzare il fronte sanitario è intervenuto anche Giancarlo Santone, direttore del Centro SaMiFo della ASL Roma 1, che ha illustrato il progetto del “passaporto della salute”, un documento multilingue per la prevenzione delle MGF tra le nuove generazioni migranti.

La ricerca, che sarà pubblicata integralmente nelle prossime settimane, evidenzia i fattori protettivi: istruzione, anzianità migratoria, nascita in Italia e l’appartenenza alla seconda generazione. Ed è proprio lì, tra i banchi di scuola e nei centri culturali, che si gioca la battaglia decisiva.

L’8 novembre, a Roma, si terrà un nuovo incontro nazionale sul tema
. Non sarà solo un momento di analisi, ma un atto di impegno collettivo per trasformare le voci delle donne in un coro che chiede libertà e dignità. Perché la vera cicatrice non è sul corpo, ma nel silenzio. E spezzarlo è già una forma di guarigione.
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