Politica

Vicenda Almasri: va in scena il crepuscolo della politica

di Demetrio Rodinò
 
Vicenda Almasri: va in scena il crepuscolo della politica

Se la gente, quella comune, quella che non parte da preconcetti ideologici per giudicare anche il gusto di una caramella, ha assistito alle prime fasi della giornata che si è vissuta alla Camera e che ha avuto al centro la vicenda Almasri, il giudizio che ha tratto è stato inesorabilmente di sconcerto.

Vicenda Almasri: va in scena il crepuscolo della politica

Un profluvio di parole, spesso intinte in un concentrato di ipocrisia e strumentalizzazioni, pur di uscire bene da una storia che ha fatto solo il male del Paese, che si è trovato davanti ad un bivio: fare valore la ragion di Stato (quella che giustifica ogni decisione per il bene dell'Italia e degli Italiani) oppure rispettare la Legge universale, che impone di perseguire chi usa violenza e uccide.

E alla fine tutti sono rimasti della loro idea, con la maggioranza che dice che il governo altrimenti non avrebbe potuto fare, visti gli errori di forma che hanno reso ineseguibile il provvedimento emesso dalla Corte penale internazionale, e con l'opposizione che attacca l'esecutivo, accusandolo d'avere rimesso in libertà un tagliagole che qualsiasi tribunale anche dell'ultimo Paese del mondo avrebbe tenuto in galera giusto il tempo di spedirlo all'Aja.

La giornata alla Camera si è sviluppata come un dramma o una commedia in più atti, in cui ci sono stati attori, scenari e sceneggiatura e anche chi forse ci doveva essere e non c'era e che ha aleggiato come un convitato di pietra, Giorgia Meloni, facile bersaglio delle opposizioni per la scelta di affidare la difesa d'ufficio del governo ai ministri Nordio e Piantedosi.

Se il secondo, arricchendo il suo intervento di leggi, articoli, codicilli, note blu e rosse, comunicazioni e missive, ha dato la sua versione non dell'accaduto, quanto della necessità di impacchettare Almasri e spedirlo in Libia, sebbene con un jet dei servizi segreti, il guardasigilli ha travolto l'aula con una lunghissima sequenza di riferimenti alla richiesta della Cpi, con una tattica che, se è usuale nei politici (inondare l'uditorio - che al 90/95 per cento non ci ha capito nulla - di parole e paroline, numeri e numeretti) , lo è meno da chi ricorda ad ogni occasione il suo essere (stato) un magistrato.

Nordio, in sostanza, non ha fatto una relazione, ma una requisitoria contro la Cpi, accusata di avere inviato una documentazione che conteneva errori marchiani /soprattutto nella collocazione temporale dei fatti contesti ad Alnasri) davanti ai quali lui, il ministro, ha dovuto comportarsi di conseguenza, nel rispetto delle sue prerogative e, quindi, del ruolo che, ha ribadito, non è certo quello del passacarte.

Certo, qualche passaggio poteva anche evitarlo, come il ricordare più volte che il testo della Cpi gli è arrivato in inglese, come a giustificare l'iniziale ritardo, come se al ministero o anche in qualche altro ufficio governativo non ci fosse qualcuno che lo aiutasse.

Nulla quaestio, direbbe Nordio, sulla fondatezza delle tesi del guardasigilli per motivare le sue decisioni, ma forse avrebbe dovuto evitare, una volta riposto il testo del suo intervento, l'attacco alla magistratura, o almeno a quella che ha accusato di sciatteria per averlo contestato senza conoscere le carte. E' caduto, come altri prima di lui, nell'errore imperdonabile di sentirsi più importante della sua carica, quando avrebbe potuto chiudere senza nulla aggiungere alla completezza della sua relazione.

Dato per scontato il contenuto degli interventi in aula della maggioranza, le opposizioni hanno parole durissime, soprattutto per l'assenza del presidente del consiglio, cui è stata contestata una ''viltà" istituzionale quando invece il ruolo le avrebbe imposto di essere lei, e non i suoi ministri, a difendere l'operato del governo.

"Questa è una giornata triste per la democrazia, i ministri sono venuti a coprire le spalle alla presidente del Consiglio, oggi in quest'Aula doveva esserci Giorgia Meloni, che non può pensare di cavarsela con le dirette sui social. La credibilità internazionale dell'Italia è stata sfregiata dalla vostra scelta di liberare un torturatore libico", ha tuonato il segretario dem, Elly Schlein, mentre Giuseppe Conte, leader dei Cinque Stelle, non lesinando accuse a Meloni, ha detto che "ormai siamo diventati un porto franco, un Paese dei balocchi dei criminali'', tacciando Nordio di essere ''il giudice assolutore di Almasri".

Nicola Fratoianni ha concentrato il tiro del suo intervento su Giorgia Meloni, alla quale ha detto: ''Lei, mamma, cristiana, ha inviato qui due prestanome, forse perché si vergognava di dare queste spiegazioni a madri che non hanno nemmeno più gli occhi per piangere", per poi concludere sostenendo che "c'è modo e modo per affrontare il cinismo della real politik, ma perché quando noi stringiamo accordi, e stanziamo risorse, non ci assicuriamo che servano a garantire i diritti fondamentali? La verità è che voi, e anche altri prima di voi, avete appaltato la tutela del nostro interesse nazionale a una banda di criminali di guerra e criminali contro l'umanità".

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