Economia

Ofi Invest AM: negli Stati Uniti le performance del tech nascondono la frenata dell’economia

Eric Turjeman, Co-CIO Mutual Funds di Ofi Invest AM
 
Ofi Invest AM: negli Stati Uniti le performance del tech nascondono la frenata dell’economia

Nelle ultime settimane il mercato azionario globale si è sostanzialmente spaccato in due. Sull’altra sponda dell’Atlantico, gli Stati Uniti hanno proseguito sul loro percorso di crescita, chiudendo uno dei migliori semestri per performance ottenute di sempre; in Europa, invece, lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale francese da parte del presidente Emmanuel Macron ha fatto aumentare ancora di più la remunerazione il rendimento dei bond dell’Area Euro per compensare il nuovo picco del rischio geopolitico, dirottando gli investimenti lontano dalle azioni. Non a caso, il CAC 40 è stato l’indice azionario peggiore del mese di giugno, cedendo il 6% del suo valore.

Andando a esaminare più nel dettaglio ciò che sta avvenendo negli Usa, si può osservare che i mercati locali stanno stabilendo un record dopo l’altro, con l’S&P 500 che ha visto crescere la sua capitalizzazione di mercato aggregata di 6mila miliardi di dollari da inizio anno, stabilendo il guadagno più alto mai registrato. Tuttavia, è anche interessante osservare che solo il 24% delle azioni contenute in questo indice hanno sovraperformato, una delle percentuali più basse di sempre, e che è stata fondamentalmente la corsa all’intelligenza artificiale e, più in generale, al comparto tech a generare questi risultati. Ciò significa che, in realtà, negli States l’attività economica sta rallentando e questo sta causando il divario (in espansione) tra comparto tecnologico ed economia tradizionale; divario emerso anche dagli indicatori sul settore manifatturiero. A frenare il business di gran parte delle imprese è stato il calo della domanda, a sua volta causato da un calo dei consumi delle famiglie, le quali temono un peggioramento delle loro condizioni economiche in futuro.

A pesare sul futuro dell’economia americana ci sono anche le elezioni presidenziali di novembre, le quali però sembrano avere già un favorito. Infatti, già prima essere sopravvissuto all’attentato, il candidato repubblicano Donald Trump aveva nettamente surclassato il presidente uscente Joe Biden, tanto che alcuni siti di scommesse online hanno ridotto al 20% la probabilità di successo dei democratici e, di fatto, mettendo la parola fine alla sua corsa per la rielezione. Ma oltre ai siti di scommesse, anche i mercati si sono accorti di quanto Trump sia meglio posizionato e hanno iniziato a scontare una politica economica che creerà maggiore inflazione, tanto che i rendimenti obbligazionari hanno iniziato a crescere già durante il dibattito appena citato. Inoltre, anche alcuni settori “pro Trump” hanno fatto registrare dei rally di mercato; è il caso del petrolio, che sta scontando una maggiore propensione verso le fonti energetiche “tradizionali”, o del bancario, che potrebbe beneficiare di una forte deregolamentazione in caso di vittoria del Grand Old Party.

Per quanto riguarda l’Unione Europea, c’è stato un periodo in cui sembrava performare addirittura meglio dell’S&P 500, ma non è durato molto. È bastato lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale citato in precedenza a far saltare il banco e causare una perdita di interesse degli investitori non residenti verso il nostro mercato; poco importa se tutti gli indicatori mostrano una generale ripresa delle condizioni economiche.

Concentrandosi più specificatamente sulla Francia, si può osservare come questa abbia subito gli effetti di altri due eventi idiosincratici, non legati al contesto politico. Il primo riguarda Eurofins, che ha dovuto affrontare una forte ondata di vendite allo scoperto a seguito della pubblicazione di un report pubblicato da un analista di Muddy Waters. Infatti, nonostante la prima abbia respinto tutte le accuse, le sue azioni hanno visto il loro prezzo scendere del 16%. Il secondo, invece, riguarda Airbus, che ha dovuto rivedere al ribasso le sue stime sui guadagni del 2024 a causa delle pressioni persistenti sulla sua catena di approvvigionamento, causando un ribasso del titolo del 18% nel mese di giugno.

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