Economia

Oro oltre 5.000 dollari, il nuovo termometro dell’instabilità globale

Redazione
 
Oro oltre 5.000 dollari, il nuovo termometro dell’instabilità globale
L’oro ha sfondato un limite che, fino a pochi anni fa, sembrava fantascienza finanziaria. Per la prima volta nella storia il metallo prezioso ha superato la soglia dei 5.000 dollari l’oncia, spingendosi oltre i 5.092 dollari nelle contrattazioni spot e oltre i 5.124 dollari nei future con consegna ad aprile. Una corsa inarrestabile che affonda le radici in due anni di rialzi consecutivi. Nel gennaio 2024 l’oncia valeva poco più di 2.000 dollari, oggi sfiora quota 5.100. Il resto lo racconta il mercato, che osserva senza fiato un ascesa di oltre il 60% nel 2025 e un inizio 2026 ancora dominato dalla forza degli acquisti.

Oro oltre 5.000 dollari, il nuovo termometro dell’instabilità globale

Dietro questo scatto non c’è un episodio isolato, ma un contesto internazionale sempre più complesso. L’oro sta infatti intercettando l’ansia dei mercati di fronte a un mondo che appare instabile sul fronte geopolitico, commerciale e monetario. Le tensioni alimentate dalla politica di Donald Trump, le pressioni sulle relazioni commerciali globali, l’indebolimento del dollaro, le incertezze sulle prossime mosse della Federal Reserve: ogni elemento contribuisce a consolidare il ruolo del metallo giallo come rifugio in tempi turbolenti.

Il fenomeno è improvviso solo in apparenza. Le banche centrali, soprattutto nei Paesi emergenti, hanno aumentato l’esposizione all’oro come strategia di diversificazione e di riduzione della dipendenza dal dollaro. Gli ETF dedicati continuano ad attrarre capitali in volumi che Goldman Sachs definisce “senza precedenti”, con una crescita di circa 500 tonnellate dall’inizio del 2025. Anche la domanda privata avanza, spinta da famiglie ad alto reddito e investitori istituzionali alla ricerca di strumenti capaci di proteggere il patrimonio da uno scenario internazionale che non offre certezze.

Sul versante geopolitico, gli ultimi mesi hanno registrato un susseguirsi di tensioni, dalla Groenlandia al Venezuela fino al Medio Oriente. Crisi diffuse e apparentemente scollegate fra loro, ma accomunate da un effetto diretto sulla percezione del rischio globale. In un simile contesto, l’oro torna il baricentro psicologico dei mercati, il luogo simbolico in cui parcheggiare risorse quando tutto il resto appare esposto a turbolenze.

Anche la politica monetaria contribuisce a rendere il terreno più favorevole al metallo prezioso. I mercati si aspettano che la Federal Reserve mantenga i tassi invariati nell’immediato, in attesa del prossimo intervento di Jerome Powell, da cui dipendono le indicazioni sul ritmo dei possibili tagli. Una banca centrale prudente riduce il costo-opportunità di detenere oro, rendendo i metalli preziosi più competitivi rispetto agli asset remunerativi tradizionali.

La corsa non riguarda solo l’oro. L’argento ha superato i 106 dollari l’oncia, segnando un nuovo massimo storico con un rialzo superiore al 2%, mentre il platino si è portato a 2.798 dollari. Una dinamica che testimonia come l’intero comparto dei metalli preziosi stia beneficiando di una domanda robusta e diversificata, spinta sia da motivazioni industriali sia da esigenze di protezione del capitale.

Il record dei 5.000 dollari dice che i mercati non credono alla stabilità del sistema globale così com’è oggi. Dice che cresce la ricerca di certezze alternative. E dice, soprattutto, che il mondo non si fida più come prima delle barriere tradizionali contro il rischio. L’oro torna al centro della scena perché il resto appare troppo fragile.
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