C'è un'immagine che dischiude più significati d'un trattato di sociologia: un pinguino di Adelia che volge le spalle alla propria colonia e s'incammina, solitario, verso le plaghe desolate dell'entroterra antartico. Nulla di platealmente sedizioso, nessun gesto dai contorni eroici: solo un passo risoluto verso l'incognito. Eppure, a quasi un ventennio di distanza, quella sequenza del documentario herzoghiano Encounters at the End of the World (2007) ha trovato insperata rinascita nell'agorà digitale: TikTok, Instagram, Reddit, YouTube e X ne hanno fatto icona virale, fregiandola dell'appellativo "pinguino nichilista".
Il pinguino errabondo: parabola di un dissidente involontario
Il filmato originale mostrava la creatura allontanarsi dalla congrega pennuta per dirigersi verso montagne remote, a circa settanta chilometri dal mare. Herzog parlava d'una vera e propria "marcia della morte", osservando che il piccolo esploratore aveva scelto un tracciato che verosimilmente l'avrebbe consegnato alla fame e, quindi, al trapasso. Gli scienziati del documentario sottolineavano che si tratta di un comportamento rarissimo, forse patologico, quasi inspiegabile. Ma come sovente accade, la verità scientifica ha ceduto il passo alla creatività digitale allorquando gli utenti hanno proiettato sul pinguino emozioni e concetti umani, trasformandolo in vessillo di burnout, esistenzialismo e ripudio silenzioso delle regole.
Didascalie ironico-filosofiche e meme si sono moltiplicati come funghi: "Quando hai esaurito ogni patto col mondo", "Me ne vado", "Qual è il punto?", "Ribellione silenziosa" e "Lui sa qualcosa che noi ignoriamo" sono diventati mantra per milioni di navigatori. Il pinguino, procedendo verso l'ignoto, è stato reinterpretato quale guru della non-produttività, dell'allontanamento volontario dalle pressioni sociali, dell'esistenzialismo da frigorifero domestico. La popolarità del fenomeno ha toccato l'apice quando, per suprema ironia della sorte, l'account ufficiale della Casa Bianca ha pubblicato un'immagine generata dall'intelligenza artificiale raffigurante Donald Trump che passeggia accanto a un pinguino tra i ghiacci della Groenlandia.
L'errore geografico - i pinguini abitano l'emisfero australe, non le regioni artiche - ha scatenato una nuova ondata di scherno: politici, economisti e comuni mortali hanno smontato la scena con disarmante semplicità. Il pinguino, simbolo del rifiuto delle convenzioni, diventava involontariamente strumento di propaganda. Infondo il fascino del "pinguino nichilista" risiede precisamente in questo paradosso. Non promette soluzioni né alternative, non indica sentieri da seguire. Cammina, e basta. In un mondo ossessionato da navigatori, percorsi prestabiliti e produttività incessante, quella creatura che si sottrae alla moltitudine incarna una libertà consapevole, un passo dopo l'altro verso un luogo sconosciuto ed un destino rimasto sospeso in un limbo narrativo. E così la morte potenziale rafforza il potere del meme, trasformando un comportamento eccezionale della natura in simbolo universale di disillusione, stanchezza e nichilismo garbato.
Alla fine, il successo del pinguino non riguarda il documentario, né l'animale, né tantomeno le regole della geografia. Riguarda noi, che lo contempliamo e ci rispecchiamo nella sua marcia silenziosa verso l'ignoto. Una creatura che procede verso un mondo che non promette salvezza alcuna e che, proprio per questo, ci ricorda che possiamo sempre scegliere una strada diversa. Persino quando conduce alla solitudine. O al nulla.