Esteri

Qala: la fortezza invisibile delle donne afghane più fragili

Barbara Leone
 
Qala: la fortezza invisibile delle donne afghane più fragili

Sulla cima di una collina a ovest di Kabul, oltre un cancello d’acciaio sormontato da filo spinato, si apre un mondo nascosto, silenzioso, dove le storie di dolore e speranza si intrecciano in un tessuto fragile e invisibile.
Un luogo conosciuto da pochi e visitato da ancora meno: Qala, “la fortezza” per la comunità locale. Ovvero l’ala femminile di un centro di salute mentale gestito dalla Mezzaluna Rossa Afghana (ARCS), la più grande struttura del Paese dedicata alle donne con disturbi psichici.

Qala: la fortezza invisibile delle donne afghane più fragili

All’interno, il personale lotta per assistere le 104 donne attualmente ospitate. Tra loro c’è Mariam - ma il nome vero è un altro -, vittima di violenza domestica, che vive qui da nove anni dopo aver subito abusi familiari e un periodo da senzatetto.

“I miei fratelli mi picchiavano ogni volta che andavo a trovare un vicino”, racconta alla BBC. La sua famiglia non voleva lasciarla uscire da sola, convinta che le ragazze non dovessero mai muoversi senza supervisione. Alla fine, Mariam fu cacciata di casa, costretta a vivere per strada da bambina, fino a quando una donna preoccupata per la sua salute mentale la portò al centro. Nonostante tutto, il sorriso di Mariam è costante. Canta spesso e lavora come volontaria nelle pulizie, una delle poche pazienti autorizzate a farlo.

Ma, pronta a essere dimessa, non può lasciare il centro: “Non mi aspetto di tornare da mio padre e mia madre. Voglio sposare qualcuno qui a Kabul, perché anche se tornassi a casa, mi abbandonerebbero di nuovo”, dice alla BBC. Situazioni simili colpiscono molte donne afghane.

Le rigide regole talebane e le tradizioni patriarcali rendono quasi impossibile per loro vivere in autonomia. Senza un tutore maschio, molte non possono viaggiare, lavorare o accedere ai servizi essenziali. Generazioni di disuguaglianza, istruzione limitata e mancanza di opportunità economiche hanno lasciato un intero segmento della popolazione femminile finanziariamente dipendente dai parenti maschi.

Seduta su un letto in uno dei dormitori, Habiba, ventottenne, racconta di essere stata portata al centro dal marito, che la voleva allontanare dopo essersi risposato. Anche lei non ha un luogo dove tornare e sogna di riunirsi ai suoi tre figli, che vivono con uno zio e ha difficoltà a contattare.

Alcune pazienti sono qui da decenni, spiega Saleema Halib, psicoterapeuta del centro: “Alcune sono state completamente abbandonate dalle loro famiglie. Nessuno viene a trovarle e finiscono per vivere e morire qui”. La stigmatizzazione delle malattie mentali e l’impatto dei conflitti hanno peggiorato la situazione. Il vice portavoce del governo talebano, Hamdullah Fitrat, assicura che il governo “non ha permesso alcuna violenza contro le donne” e ne ha garantito i diritti. Ma i dati delle Nazioni Unite del 2024 raccontano un’altra storia: il 68% delle donne intervistate ha definito la propria salute mentale “cattiva” o “molto cattiva”. Il centro, con una lista d’attesa crescente, lotta per far fronte alle richieste.

Il dottor Abdul Wali Utmanzai, psichiatra senior presso un ospedale vicino, riferisce: “Affrontano una forte pressione economica. Molti non hanno parenti maschi che si prendano cura di loro: l’80% dei miei pazienti sono giovani donne con problemi familiari”.

Tra le nuove arrivate c’è Zainab, sedicenne che fino a poco tempo fa era tenuta in casa con le caviglie incatenate per impedirle di scappare. Il padre sostiene che i suoi tentativi di fuga disonorassero la famiglia. La polizia l’ha ritrovata a chilometri di distanza, e ora è ospite del centro.

Feda Mohammad, sua madre, racconta alla BBC: “Si arrampica sui muri e scappa se la liberiamo dalle catene”. Le ferite emotive di Zainab risalgono anche agli attentati del 2022 che colpirono la sua scuola: “L’esplosione l’ha scaraventata contro un muro. È stato orribile”.

Per Mariam, Habiba, Zainab e molte altre, Qala è insieme rifugio e prigione. La loro libertà resta un sogno sospeso, vincolato non solo dalle mura della struttura, ma dalle leggi, dalle tradizioni e dalle circostanze che rendono impossibile ricostruire una vita indipendente in Afghanistan. Donne che hanno perso tutto: la famiglia, la libertà, la dignità. Ma che non hanno perso la speranza. Perché, nonostante tutto, continuano a lottare. A cantare. A sorridere. A credere che un giorno, forse, riusciranno a uscire da quella fortezza invisibile e a ricostruire la loro vita.

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