È una metamorfosi strutturale, un consolidamento volumetrico che ridisegna la geografia economica delle nostre città seguendo una logica spietata ma chiarissima: la convergenza verso il centro. Il commercio fisico italiano non sta scomparendo, si sta dilatando nello spazio pur contraendosi nel numero degli attori, in un paradosso statistico che vede, tra il 2011 e il 2025, la chiusura di oltre 103mila negozi a fronte di un aumento della superficie commerciale complessiva del +7,4%.
Retail in Italia: chiusi 103mila negozi, ma le superfici commerciali crescono del 7,4%
Il dato, elaborato nell’ultimo focus di Confesercenti sulle superfici di vendita, fotografa un balzo della dimensione media del punto vendita del +23,8%, passata da 117 a 144,5 metri quadrati, certificando la crisi irreversibile del modello “bottega” e la tenuta delle strutture più capitalizzate. La selezione darwiniana colpisce duramente la fascia bassa: l’emorragia riguarda i micro-esercizi fino a 50 mq (–72mila unità per 2,48 milioni di mq persi) e i piccoli negozi tra 51 e 150 mq (–42.700 attività), incapaci di reggere l’urto della deregulation post-2012 e la competizione sui margini.
A vincere la “guerra dei formati” è la taglia media: crescono le superfici tra i 151 e i 250 mq (+1.000 punti vendita), ma il vero boom si registra nel segmento 401–1.500 mq, che segna quasi 9mila aperture in più e 8 milioni di metri quadrati aggiuntivi, mentre persino le maxi-superfici oltre i 5.000 mq mostrano un assestamento, aumentando di numero ma riducendo la metratura media.
Il quadro territoriale è disomogeneo e riflette le diverse velocità del Paese: Emilia-Romagna e Abruzzo vedono esplodere le superfici (+14,6% e +13,2%) nonostante il crollo delle insegne, mentre il Sud (Puglia, Basilicata) e le Isole arretrano su entrambi i fronti, accelerando la desertificazione commerciale che già oggi lascia oltre 1.100 comuni privi di negozi alimentari specializzati.
La partita si gioca sui volumi d’affari: i quasi 6 milioni di metri quadri persi dalle piccole superfici valgono, secondo le stime, una migrazione di consumi pari a 10 miliardi di euro, risorse drenate dai grandi canali fisici e soprattutto dall’e-commerce, la cui quota di mercato è volata dall’1,9% al 13,7%. "Perdono destra e sinistra, vince il centro", sintetizza con una metafora politica il presidente di Confesercenti Nico Gronchi, sottolineando come la scomparsa dei piccoli formati non sia solo un fatto economico ma sociale, che richiede urgenti politiche di rigenerazione urbana per evitare che la trasformazione del retail si traduca in un impoverimento dei servizi di prossimità e nella morte dei quartieri.