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Per la strage di Calenzano la procura di Prato punta il dito dritto contro Eni

di Demetrio Rodinò
 
Per la strage di Calenzano la procura di Prato punta il dito dritto contro Eni

In tempi abbastanza brevi dal momento dell'incidente, la Procura di Prato ha emesso informazioni di garanzia per l'esplosione che, lo scorso dicembre, nel deposito Eni di Calenzano, provocò la morte di due persone e il ferimento di un'altra decina (tre in modo grave), individuando come presunti responsabili dell'accaduto sette dirigenti del gruppo energetico e due responsabili della società appaltatrice (la Sergen). L'atto precede, per come ha reso noto la Procura, un incidente probatorio, per il quale gli indagati potranno nominare loro periti. La notizia potrebbe suonare per Eni come un campanello d'allarme per il prosieguo dell'inchiesta, che, probabilmente vista la gravità dell'accaduto, sta andando avanti a passo spedito, considerati i tempi che occorrono per i primi accertamenti tecnici. 

La notizia è stata accolta dall'Eni confermando la ''propria piena e totale collaborazione all'autorità giudiziaria, con la volontà prioritaria di contribuire a individuare le cause e le dinamiche ad essere associate all'origine dell'incidente''. Una formula asettica, quella cui si usa fare ricorso in eventi del genere, come se si potesse dire, al contrario di quello che ha affermato Eni, di non volere collaborare al corretto e spedito iter della giustizia. Quello che, nella nota con cui Eni ha comunicato la ricezione degli avvisi di garanzia, balza evidente e significativo è che si conclude con una affermazione che sembra lasciare intuire che il gruppo ha consapevolezza della gravità della situazione e dei probabili, anche se non scontati, sviluppi. 

Eni, si legge nella nota, ''conferma altresì il proprio impegno al risarcimento dei parenti dalle vittime dell'incidente e, con la maggiore tempestività possibile consentita dai tempi dalle attività di perizia, dei danni civili sul territorio, in avanzato stato di definizione complessivo". Frasi che possono apparire scontate e anche di partecipazione al dolore e alla difficoltà economiche delle famiglie delle vittime e dei feriti, ma che danno l'impressione che in Eni ci sia la piena consapevolezza di quello che è accaduto, delle responsabilità che emergono e di come l'ente potrebbe trovarsi nella scomoda posizione dell'imputato di un processo che ha il verdetto già bell'e pronto e dal contenuto scontato. Le informazioni di garanzie, ha riferito Eni, riguardando ''responsabili e operatori di aree tecnico operative della Direzione Refining Revolution and Transformation di Eni legate alle attivita' del deposito, esponenti della ditta fornitrice Sergen, nonche' la stessa Eni SpA'' . 

L'incidente di Calenzano, del 9 dicembre dello scorso anno, era quasi annunciato perché della pericolosità del sito si parlava da tempo e i timori della gente della Piana fiorentina avevano trovato conferma in uno studio commissionato dal Comune, nel quale si riferiva di insediamenti industriali - tra cui quello della tragedia  - ''a rischio di incidente rilevante''. Un allarme che però è caduto nel silenzio e di cui i responsabili degli impianti industriali ritenuti a potenziale rischio (come appunto quello dell'Eni) non si sono evidentemente preoccupati. L'impianto di Calenzano, per il suo profilo operativo (cioè per tipo e quantità del materiale infiammabile stoccato) era considerato, ai sensi della normativa adottata dopo il caso di Seveso, tra quelli di maggiore rilevanza. E un potenziale pericolo era stato segnalato, oltre che per la natura delle sostanza custodite nell'impianto, anche per la salute pubblica. 

Un enorme pericolo potenziale, si è appena detto, che Maurizio Marchi, della sezione di Livorno della onlus Medicina democratica, aveva dettagliato: ''A Calenzano sono stoccati da Eni 162mila tonnellate di combustibili fossili, tra benzina, gasolio e petrolio (probabilmente kerosene). Se avvenisse un incidente rilevante (incendio o esplosione) sarebbe tagliata in due l’Italia, data la presenza dell’autostrada A1 (del sole) e la ferrovia Firenze-Bologna, oltre alla fermata dell’aeroporto di Peretola, oltre ai danni (per noi prioritari) alle persone e ai lavoratori''. E come non ricordare l'atto d'accusa, durissimo, rivolto ai responsabili dell'impianto (Eni, che ha l'obbligo di controllare ciò che accade nelle sue strutture, e ditta appaltatrice) dal presidente nazionale di Medicina democratica, Marco Caldiroli? : ''L'entità dell'evento,  ovvero dell'esplosione, denota un mancato intervento tempestivo dai sistemi di sicurezza interni e una impossibilità da parte degli stessi di affrontare l'evento. Dimostra purtroppo una inadeguata protezione dei lavoratori stessi e insufficienti misure di sicurezza a loro dedicate''.

L'esplosione accadde nell'area dove le autocisterne si riforniscono, investendo un gruppo di persone, alcune dentro una palazzina, altre rimaste ferite pure se si trovavano a distanza, per lo spostamento d'aria e i vetri in frantumi.

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