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Minacce tariffarie e mercati: adattarsi a un contesto più incerto
di Anthony Willis, Investment Manager di Columbia Threadneedle Investments

Le dinamiche emerse nel corso dell’ultima settimana sul fronte dei dazi, a partire dagli annunci legati alla Groenlandia, offrono uno spunto rilevante per valutare l’evoluzione delle politiche commerciali in un contesto globale sempre più complesso, nel loro insieme contribuiscono a delineare un quadro di crescente incertezza sul fronte geopolitico ed economico. Al di là dei recenti dietrofront, il punto centrale è che oggi l’economia globale opera in un contesto caratterizzato da un livello di dazi statunitensi strutturalmente più elevato rispetto al passato.
Guardando in prospettiva storica, dal periodo che va dagli anni Cinquanta fino al 2018, quando l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump iniziò a discutere apertamente l’introduzione di misure commerciali restrittive, il tasso tariffario effettivo medio degli Stati Uniti si attestava intorno al 4%. All’inizio del 2025 tale livello era sceso al 2,5%, per poi chiudere l’anno al 14,4%, segnando un cambiamento significativo. Al netto del dibattito legato al cosiddetto “TACO” (Trump Always Chickens Out) e dell’idea che queste politiche non vengano sempre attuate, la realtà è che il mondo si trova oggi a operare in un regime tariffario più elevato che in qualsiasi altro momento degli ultimi settant’anni.
Riteniamo che i dazi siano destinati a persistere per un periodo prolungato, pur tenendo presente che circa due terzi di queste misure sono state introdotte facendo ricorso all’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), uno strumento tradizionalmente riservato a situazioni di emergenza legate alla sicurezza nazionale. Sotto l’amministrazione Trump, tuttavia, i confini tra politica economica e sicurezza nazionale appaiono sempre più sfumati. Qualora i dazi imposti tramite l’IEEPA venissero rimossi, il tasso tariffario effettivo degli Stati Uniti scenderebbe intorno all’8%, con conseguenze rilevanti sul piano macroeconomico e finanziario. Le entrate del governo federale si ridurrebbero da circa 2.300 miliardi di dollari a 1.200 miliardi, un cambiamento significativo per un Paese già caratterizzato da un ampio deficit e da un elevato fabbisogno di finanziamento sui mercati obbligazionari. Per le famiglie, l’impatto negativo medio si ridurrebbe da poco più di 1.200 dollari a circa 600, mentre l’effetto frenante sul PIL, stimato intorno allo 0,4%, si trasformerebbe in un contributo positivo pari a circa lo 0,1%. A ciò si aggiunge la possibilità che i dazi già pagati debbano essere rimborsati, un processo complesso che rappresenterebbe, seppur marginalmente, uno stimolo economico. Va tuttavia sottolineato che, anche in caso di una pronuncia di illegittimità da parte della Corte Suprema, l’amministrazione statunitense disporrebbe comunque di strumenti alternativi per reintrodurre misure tariffarie nei confronti dei partner commerciali.
Gli sviluppi della scorsa settimana offrono anche spunti utili su come i Paesi possano rispondere o reagire a questo contesto. Esistono essenzialmente tre approcci: il primo consiste nell’accettare i dazi, adottando una strategia di accomodamento nei confronti dell’amministrazione statunitense, come avvenuto lo scorso anno quando l’Unione Europea ha accettato un livello tariffario del 15% in cambio del mantenimento del sostegno americano all’Ucraina. Il secondo approccio è quello del confronto diretto, come dimostrato dalla Cina, l’unica grande economia ad aver risposto con dazi di ritorsione, dando origine a una breve ma intensa guerra commerciale poi sfociata in un accordo. Il terzo canale di reazione è rappresentato dai mercati finanziari, che possono esercitare una forma di pressione indiretta, come si è iniziato a osservare, seppur in modo contenuto, anche nel corso della scorsa settimana.
Sul piano politico, l’esito di questi eventi è un ulteriore deterioramento del rapporto di fiducia tra Stati Uniti ed Europa. Un elemento di stabilità rimane tuttavia la NATO, che continua a rappresentare un pilastro dell’architettura di sicurezza occidentale, e non è escluso che dal lato statunitense sia maturata una maggiore consapevolezza del fatto che la stabilità dell’Alleanza sia più rilevante per la sicurezza nazionale rispetto all’acquisizione della Groenlandia.
Non sorprende quindi che il sentiment dei mercati finanziari appaia instabile, come dimostrato dall’oro scambiato in prossimità dei massimi storici. Le minacce tariffarie non sono venute meno e, nel fine settimana, Trump ha evocato l’ipotesi di un dazio del 100% sul Canada, lasciando aperta la questione se tale retorica si tradurrà in azioni concrete.
Nonostante un contesto geopolitico più complesso, il quadro macroeconomico resta nel complesso solido, sostenuto da una fase di ripresa ciclica alimentata da stimoli fiscali e da politiche monetarie ancora favorevoli. In vista dell’avvio della stagione delle trimestrali, le aspettative sugli utili societari restano orientate a una crescita positiva, contribuendo a mantenere un sostegno di fondo ai mercati, pur in presenza di un livello di incertezza elevato.