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Kairos Partners Sgr: Market Flash di martedì 27 gennaio 2026

di Alberto Tocchio, head of Global Equity and Thematics di Kairos Partners SGR
 
Kairos Partners Sgr: Market Flash di martedì 27 gennaio 2026
La scorsa settimana abbiamo assistito al primo vero rallentamento dopo una delle partenze d’anno più forti di sempre, almeno in termini di flussi e volumi. Volumi che sono stati circa il doppio rispetto a inizio 2025, con una partecipazione del retail americano ai massimi storici. Ma la parte davvero interessante di questo primo mese non è stata la performance dei classici indici come S&P e Nasdaq. È stato invece l’allargamento del mercato, quel miglioramento della breadth che avevamo correttamente anticipato e che, per ora, sta riuscendo a sostenere i mercati, nonostante gli Stati Uniti stiano sottoperformando molte altre aree geografiche, una situazione tutt’altro che comune.

Un dato su tutti: il Russell 2000, simbolo delle small e mid cap americane, ha sovraperformato l’S&P per 14 giorni consecutivi, un record superato solo nel 2008. La sua performance relativa da inizio anno supera l’8% e oggi oltre il 60% dei titoli dell’S&P batte l’indice stesso. Siamo davanti alla migliore partecipazione di mercato degli ultimi 25 anni e alla seconda migliore degli ultimi 50. Se ne parla ancora troppo poco. Anche perché, mentre le cosiddette Mag 7 sono negative come paniere nel mese, in modo quasi silenzioso cinque di questi sette titoli stanno sottoperformando l’S&P già dall’inizio dello scorso anno. Il mercato sta cambiando profondamente e se ne stanno accorgendo quei fondi e quelle allocazioni costruite con lo stesso approccio degli ultimi tre anni, che oggi risultano chiaramente in difficoltà. Ed è un punto su cui voglio insistere, perché questo tema ci accompagnerà per tutto l’anno.

L’era della concentrazione estrema è finita, fase dominante negli ultimi anni e che storicamente si presenta ogni 25–30 anni. Quando il mercato torna a una condizione più normale, come sta iniziando a succedere dalla seconda metà del 2025, le regole del gioco cambiano. Serve una capacità di adattamento non banale. Basta guardare alla performance dei titoli più shortati negli Stati Uniti, saliti come paniere di oltre il 20% da inizio anno, oppure alla sorpresa delle commodities, con il settore energetico tornato forte dopo anni in cui si parlava solo di rinnovabili. In questo contesto bisogna aprirsi a nuovi orizzonti e cavalcare i temi con un’ottica più tattica e flessibile, perché volatilità e incertezza sono destinate ad aumentare.

Il Bloomberg Commodity Index è già salito di quasi il 10% da inizio anno e il grafico di performance relativa rispetto all’S&P segnala una rottura del trend pluriennale, aprendo la porta a una possibile ulteriore accelerazione. E non stiamo parlando solo di petrolio legato alla geopolitica o di gas naturale esploso negli ultimi giorni per il grande freddo in arrivo. Anche metalli industriali, argento, oro e terre rare stanno mostrando una forza strutturale. Credo che ormai in pochi dubitino del ritorno delle commodities come asset class da reinserire stabilmente nei portafogli nei prossimi mesi.

In questo contesto non si può non citare la Groenlandia. È ormai chiaro quanto quella vasta area coperta di ghiaccio sia strategica, al punto che gli Stati Uniti stanno cercando di ottenere un diritto di prelazione sugli investimenti minerari, di fatto un potere di veto per impedire a Russia e Cina di accedere alle risorse dell’isola. I dazi minacciati sono stati ritirati in cambio di un accordo piuttosto vago, che però consolida una presenza militare che Washington ha già avuto in passato. Con lo scioglimento dei ghiacci, risorse come terre rare, uranio, grafite e minerali critici per tecnologia e difesa potrebbero diventare sempre più accessibili, riequilibrando un vantaggio che la Cina ha costruito negli ultimi anni.
Infine, attenzione anche alla reazione europea alle minacce sui dazi. Qui si intravede un cambiamento importante. L’Europa oggi detiene circa 3.600 miliardi di dollari di Treasury americani, quasi il 40% del debito statunitense in mano straniera. È una leva estremamente delicata e pericolosa da usare, ma il solo fatto che se ne inizi a parlare segnala una minore tolleranza verso certe pressioni.

Chiudo questa prima parte guardando alle trimestrali, che nelle prossime settimane entreranno nel vivo e saranno determinanti fino a metà del mese prossimo. È presto per trarre conclusioni, ma se l’allargamento del mercato vuole continuare, ora dovremo iniziare a vedere segnali anche nei numeri e nelle guidance. In Europa, nei prossimi giorni riporterà circa un quarto dell’Eurostoxx 50: alcuni titoli hanno già fatto gran parte della performance, altri arrivano molto più indietro. Ed è proprio in queste divergenze che si possono creare alpha e opportunità interessanti.

Torniamo a parlare di dati macroeconomici, perché negli Stati Uniti negli ultimi dodici mesi abbiamo assistito a qualcosa di piuttosto raro: un intero anno di sorprese macro positive. I dati economici globali hanno continuato a battere le attese, mantenendo l’indice delle sorprese economiche in territorio positivo per dodici mesi consecutivi. È la terza sequenza più lunga mai registrata, ed è ancora più sorprendente se consideriamo il contesto in cui è avvenuta: tensioni geopolitiche, incertezza politica e un flusso continuo di titoli allarmistici.

Anche in Europa il quadro appare decisamente costruttivo, con un miglioramento significativo dei dati, soprattutto alla luce dei piani fiscali che stanno entrando in fase di implementazione. Questo offre un ulteriore elemento di diversificazione geografica e crea le condizioni affinché la crescita europea possa sorprendere stime oggi ancora molto conservative, potenzialmente anche del 30–40 per cento.

Per ora, l’inflazione sembra sotto controllo sia in Europa che negli Stati Uniti. Il vero tema caldo resta il Giappone, dove l’inflazione sta cambiando le regole del gioco dopo oltre trent’anni di deflazione. La Bank of Japan non può più permettersi di mantenere i tassi artificialmente bassi, e questo ha già portato a un forte aumento dei rendimenti, con il titolo a quarant’anni salito per la prima volta nella storia sopra il 4 per cento. Il tutto, almeno finora, accompagnato da un deprezzamento della valuta. Ma visto che lo yen è la valuta cardine del carry trade, se qualcosa dovesse cambiare, quella che nasce come una situazione domestica giapponese potrebbe trasformarsi in un problema globale. Qualsiasi espansione fiscale o monetaria, infatti, dovrà essere accompagnata da una forzata repatriazione dei risparmi giapponesi; senza questo passaggio, il Paese rischia di entrare in una spirale negativa.

Volendo estremizzare, il Giappone detiene quasi 5.000 miliardi di dollari di attività finanziarie all’estero, in gran parte titoli di debito. Se una parte significativa di questi capitali venisse richiamata in patria per sostenere lo yen e il mercato obbligazionario, i Paesi che oggi dipendono dal risparmio estero ne subirebbero le conseguenze. La Francia è probabilmente il caso più fragile: oltre metà del suo debito pubblico è detenuto da investitori stranieri e la spesa pubblica è tra le più elevate al mondo. Un ritiro dei capitali esteri potrebbe innescare uno shock creditizio e costringere a misure straordinarie, fino a ipotesi di controlli sui movimenti di capitale. In uno scenario simile, i titoli di Stato a lunga scadenza dei Paesi sviluppati smettono di essere un vero bene rifugio. Se i grandi risparmiatori sono costretti a vendere per finanziare i propri governi, anche in recessione i bond potrebbero non salire, facendo venir meno la loro funzione di diversificazione.

Sono dinamiche che diventano ancora più delicate se consideriamo che il Giappone deve affrontare anche un serio problema demografico. La carenza di manodopera sta iniziando a farsi sentire in modo molto evidente e il Paese è vulnerabile perché fortemente dipendente dall’importazione di energia e prodotti alimentari, quindi esposto all’aumento dei prezzi amplificato da un cambio debole. Non dovremmo sorprenderci se nei prossimi mesi sentiremo parlare di interventi sulle valute o sul mercato obbligazionario. Sono scelte politicamente complesse, ma il tema va tenuto in considerazione per il rischio quasi sistemico legato al carry trade e alla mancanza di coperture valutarie.

Nell’ultima puntata avevamo già lanciato un messaggio chiave per il 2026, visto come un anno positivo per l’azionario globale: un mercato vivo, in piena rotazione, ricco di opportunità ma anche di snodi decisivi. A distanza di due settimane possiamo solo confermare questa visione. Se il 2024 è stato l’anno della concentrazione e il 2025 quello del tema AI, il 2026 sarà con tutta probabilità l’anno dell’allargamento della partecipazione. Questo comporterà fasi più volatili, ma anche un contesto ricco di opportunità, soprattutto perché rispetto all’inizio del 2025 il margine di errore oggi è molto più ridotto. Le valutazioni sono più alte, il posizionamento è più affollato e il sentiment decisamente ottimista. I mercati restano sostenuti da una combinazione potente di stimoli monetari, fiscali e regolatori, dalla fiducia nel potenziale dell’intelligenza artificiale e da tre forze strutturali ancora attive: buyback societari, partecipazione del retail e un ritorno deciso delle operazioni di M&A. In sintesi, la marea è ancora alta e tutti stanno nuotando. Ma proprio per questo, capire chi saprà restare a galla quando le condizioni cambieranno sarà la vera sfida dei prossimi mesi.
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