Ambiente & Sostenibilità

La plastica che si dissolve in mare. Dal Giappone una rivoluzione per l’ambiente (e per l’economia del packaging)

Redazione
 
La plastica che si dissolve in mare. Dal Giappone una rivoluzione per l’ambiente (e per l’economia del packaging)
Una plastica che si scioglie in mare in meno di tre ore, lasciando zero residui e azzerando il rischio microplastiche. Non è fantascienza ma il frutto del lavoro pionieristico di un team di scienziati giapponesi guidati dal professor Takuzo Aida presso il RIKEN Center for Emergent Matter Science, in collaborazione con l’Università di Tokyo. Una scoperta che potrebbe cambiare radicalmente l’industria globale degli imballaggi, con ricadute dirette su sostenibilità, economia circolare e salute pubblica.

La plastica che si dissolve in mare. Dal Giappone una rivoluzione per l’ambiente (e per l’economia del packaging)

Il nuovo materiale, frutto della combinazione di due monomeri ionici, possiede tutte le caratteristiche tipiche delle plastiche tradizionali – resistenza, flessibilità e facilità di produzione – ma con un enorme valore aggiunto: quando immerso in acqua salata, si decompone totalmente senza lasciare alcuna traccia, né macro né micro. “Torna ai suoi componenti originari”, ha spiegato il direttore Aida, “ed è biodegradabile anche sulla terraferma, seppur con tempi più lunghi”. In acqua di mare, invece, bastano due o tre ore, a seconda dello spessore, per una dissoluzione completa.

L’urgenza è evidente. Secondo i dati delle Nazioni Unite, nel 2025 il mondo utilizzerà 516 milioni di tonnellate di plastica, di cui due terzi monouso. Solo il 21% è tecnicamente riciclabile e appena il 9% lo è davvero. Un quadro insostenibile, con un impatto ambientale devastante soprattutto nei mari: si stima che ogni anno oltre 11 milioni di tonnellate finiscano negli oceani, con effetti letali su fauna marina, ecosistemi e salute umana.

Il nuovo materiale giapponese, a differenza delle bioplastiche attuali che spesso rilasciano microframmenti, si disgrega completamente nei suoi elementi originari. E non solo: questi ultimi, essendo atossici e facilmente aggredibili dai batteri, vengono definitivamente eliminati senza residui pericolosi. Non produce CO₂, non è infiammabile e può essere trattato con rivestimenti che lo rendano stabile fino al momento dell’utilizzo.

L’applicazione più immediata riguarda l’industria degli imballaggi – uno dei settori più plastico-dipendenti al mondo. “In Giappone, quasi tutti gli imballaggi sono in plastica,” ha detto Aida. “Una transizione verso questo nuovo materiale permetterebbe di ridurre drasticamente l’impatto ambientale”. Le prime manifestazioni d’interesse da parte di aziende del comparto sono già arrivate, nonostante la fase di sperimentazione non sia ancora giunta alla piena industrializzazione.

Ma il potenziale va ben oltre: contenitori alimentari, pellicole protettive, componentistica medica monouso, dispositivi di consumo, fino alle plastiche marine impiegate in reti da pesca e packaging navale. Laddove il recupero è spesso impossibile, l’uso di materiali “a dissoluzione selettiva” potrebbe rappresentare la vera svolta green.

La ricerca, pur promettente, si trova ancora in una fase pre-commerciale. Il team giapponese sta lavorando alla definizione di rivestimenti funzionali che proteggano il materiale fino al momento dell’uso, evitando una degradazione prematura. Allo stesso tempo, sono in corso test sulla produzione in larga scala e sulla durata in ambienti diversi (umidi, salini, aridi).

Il tema del costo – oggi ancora superiore rispetto alla plastica convenzionale – sarà cruciale per la sua diffusione. Tuttavia, in un’epoca in cui i danni ambientali si traducono in costi economici reali (bonifiche, sanità pubblica, perdite nel settore pesca e turismo), la plastica autodisgregante potrebbe non solo rappresentare una soluzione ecologica, ma anche una scelta economicamente efficiente nel medio-lungo periodo.
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